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Libero arbitrio e competenza morale

Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me

Immanuel Kant

 

Nei confronti/scontri tra le culture le domande che nascono di frequente riguardano la coscienza morale: in special modo quando secondo il nostro punto di vista donne e bambini appartenenti ad altre culture non sono trattati con il rispetto dovuto secondo i nostri canoni.

Ma questi hanno una coscienza?

Ma questi hanno una morale?

Ma ci stiamo chiedendo se coscienza morale e competenza morale siano la stessa cosa; cosa sia il libero arbitrio e fino a che punto queste persone siano responsabili dei propri gesti.

Il tradizionale tema del libero arbitrio ha visto negli anni, anzi nei secoli, sovrapporsi molti livelli di controversia e confusione.

Se la mia neurofisiologia e psicobiologia, fatta di circuiti e mediatori chimici mi ha portato a pensare così allora non ne sono affatto responsabile.

Proviamo a verificare quali siano i requisiti per rendere una azione umana moralmente responsabile.

Cosa, dunque è necessario affinché un essere umano sia ritenuto moralmente responsabile per le sue azioni?

Questo requisito è la competenza morale. Se una persona avesse coscienza morale ma fosse moralmente incompetente sarebbe ridicolo considerarla responsabile.

Non possiamo ritenere responsabili delle loro azioni i bambini piccoli o gli adulti con ritardo mentale o demenza.

L’età dell’acquisizione della competenza morale[1] è all’incirca 8 anni. Per questi stessi motivi non riteniamo responsabile un animale che uccide un essere umano, anche deliberatamente.

 

Competenza morale secondo Dennet Daniel Secondo la teoria di Dennet Clement Daniel[2] (Boston 1942, vivente) logico e filosofo, una persona agente moralmente competente deve avere le 6 seguenti caratteristiche.

  1. È ben informato.
  2. Ha desideri abbastanza ben organizzati.
  3. È motivato da ragioni.
  4. Non è controllato da un altro agente.
  5. È punibile.
  6. «Avrebbe potuto fare altrimenti».

Alcune di queste sei condizioni sono ovvie ed intuitive.

Proviamo comunque a commentarle.

L’ignoranza negligente non è ammissibile

Non essere a conoscenza dei bisogni e delle emozioni umane, delle leggi e dei costumi di un luogo, della religione e della storia di un popolo per impossibilità oggettiva ad accedere ai mezzi di informazione escludono una persona dal libero arbitrio. Il proprio comportamento verso quella situazione non potrebbe essere guidato in modo affidabile. Una persona moralmente responsabile ritiene un dovere formare, conservare e aggiornare la propria conoscenza del mondo.

Avere desideri propri….

La capacità di avere desideri indipendenti, propri, originali e di coltivarli presuppone un sé forte. Se una persona è in preda a fobie e dipendenze non ci si può aspettare che possa avere comportamenti appropriati. Senza entrare nella vera e propria psicopatologia chi non è in grado di avere desideri possiede tratti di personalità dipendente che ne fanno una possibile pedina nelle mani di altri. Essere in grado di rispondere in modo appropriato alle motivazioni offerte, e distinguere tra le ragioni sensate da quelle che ne sono prive, essere in grado di rispondere in modo coerente alle domande sul perché si stia facendo ciò che si sta facendo.

Non essere controllato da altro agente20180630_110240

Non essere controllato in senso lato, essere libero nelle scelte, non manipolato da parte di un altro agente, sia esso la religione o la politica o le influenze della famiglia. Saper preservare la propria autonomia nonostante le costrizioni determinate dalle circostanze.

Essere punibile

Una persona moralmente competente deve avere interesse e capacità nel salvaguardare la propria libertà dalla punizione. Se ci si pone al di fuori ed al di sopra delle leggi, se le leggi possono essere fatte ad hoc, non viene rispettato il principio di punibilità. Le persone nelle scelte devono avere sempre qualcosa di importante da perdere. Chi non ha più nulla da perdere non è moralmente competente.

Avrebbe potuto fare altrimenti

Se una persona è posta in situazioni tali da non poter agire in altro modo non è responsabile delle proprie azioni.

Se riferiamo ai terroristi dell’ISIS in questa accezione, dobbiamo riconoscere che questi non possiedono certo una competenza morale.

[1] Dennet, Clement, Daniel La competenza Morale, Festival delle scienze “Ci sono sei condizioni affinché un essere umano sia ritenuto responsabile delle sue azioni. Sono esclusi bambini e dementi” (il Sole 24 ore 18.1.15).

[2] Dennet, Clement, Daniel La competenza Morale, Festival delle scienze “Ci sono sei condizioni affinché un essere umano sia ritenuto responsabile delle sue azioni. Sono esclusi bambini e dementi” (il Sole 24 ore 18.1.15).

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Integrazione o integralismo: religione, politica e soldi dividono i fratelli

 

20180202_165819Gli eventi più o meno recenti di attentati ci hanno spinto a riflettere sulle ragioni di tanto odio e violenza mascherata da guerra di religione.

In molti si sono dati da fare per dare una lettura sociologica, storica, economica, culturale, politica a questi eventi.

Inizialmente si credeva che gli autori delle stragi, specie coloro che si toglievano la vita in nome della religione altro non fossero che persone “povere” sia culturalmente che economicamente, costrette ai margini della società, senza più nulla da perdere. Farsi saltare in aria poteva essere un modo per raggiungere l’immortalità, per avere un posto nella storia.

Poi si legge che alcuni degli autori delle stragi sono persone istruite, aggiornate, ricche, in salute, giovani, con un ottimo lavoro, una famiglia nell’apparenza normale, con figli piccoli e desiderati, con un futuro: non ci spieghiamo tanto facilmente le ragioni di questi gesti, qualche cosa manca al nostro ragionamento.

Le religioni monoteiste di matrice giudaico-cristiano-islamica traggono parte della propria forza di coesione dal disprezzo per le altre religioni…..

Ci siamo chiesti cosa accomuni gli autori delle stragi, sappiamo che sono fondamentalisti, estremisti religiosi, che hanno una fede forte, una grande capacità di mettersi a disposizione, in modo integrale, totale della causa religiosa: hanno una coscienza morale forte?

Le domande che nascono sono molteplici: cosa intendiamo per rispetto per la vita; esiste una distinzione tra coscienza morale e competenza morale; cosa si intende per libero arbitrio e fino a che punto queste persone sono responsabili dei propri gesti.

“Gli autori delle stragi sono fondamentalisti, estremisti religiosi, sicuramente dovendo scegliere tra il rispetto della vita umana o l’obbedienza alla fede opteranno per l’obbedienza……hanno una fede forte, una grande capacità di mettersi a disposizione, in modo integrale, totale. Hanno la capacità di sentirsi parte di un disegno più grande, la capacità di aderire al progetto, al credo salvifico a costo della vita, di obbedire a Dio costi quel che costi.[1]

Affermazioni simili si adattano a varie religioni.

Noi occidentali questo possiamo capirlo bene, siamo stati educati in un sistema pedagogico impregnato dei principi della nostra fede quella cristiana che ha le medesime radici di quella islamica. Ripensiamo al sacrifico che Dio chiese ad Abramo: “sacrificami tuo figlio[2].” Aderisci al mio progetto a costo, non solo della tua vita ma perfino della vita di tuo figlio, fidati di me. La vita cessa in questa ottica di essere un valore in sé e per sé ma viene chiesta e premiata l’obbedienza, la fiducia, la fede.

La cristiana, l’ebraica e la musulmana sono le tre grandi religioni monoteiste. Hanno radici comuni: anche i musulmani e gli ebrei credono in Abramo, e in Isacco, Ismaele, Giacobbe, negli altri profeti, in Mosè, poi i cristiani hanno Gesù, i musulmani Maometto, gli ebrei attendono ancora un Messia. Esiste quindi una unica tradizione: giudaico-cristiano-islamica che abbraccia tutti i figli di Abramo.

Oggi noi consideriamo la vita un valore, fino a 50-100 anni fa non era così, c’erano vite di serie A e di serie B, le donne contavano meno degli uomini, i bambini meno delle donne, gli schiavi meno dei bambini, gli animali meno degli schiavi[3].

Oggi anche la vita degli animali viene ritenuta preziosa, è protetta da leggi, ma se anche non ci fossero le leggi a proteggerla, l’odierno sentire comune rigetta le vessazioni compiute sugli animali. In un certo senso ci siamo evoluti, ci siamo raffinati. Abbiamo imparato a rispettare le creature. Ora stiamo imparando a rispettare anche l’ambiente.

Dio nel progetto educativo per il suo popolo si è comportato come una madre con suo figlio: nella prima infanzia la madre da limiti rigidi al bambino non sporgerti dalle scale, non salire in piedi sul tavolo, non toccare il fuoco, non attraversare la strada chiede l’obbedienza, anche piuttosto cieca, a rigide regole. La madre chiede un atto di fede. Come Dio ad Abramo. La madre non può spiegare al bambino il perché non può toccare il fuoco o attraversare la strada, lo farà poco per volta, facendogli fare prove ed errori, non può permettergli qualsiasi tipo di esperienza perché potrebbe ferirsi o addirittura averne danni permanenti. In ogni caso sperimentare tutto non è vantaggioso neppure in termini evoluzionistici: occorre trarre vantaggio dell’esperienza degli altri. Così anche Dio non può spiegare tutto il suo progetto salvifico nei dettagli, in poche battute e chiede quindi al suo popolo fanciullo di fidarsi.

Poi via via ha ispirato e spiegato, passo dopo passo, tutte le tappe con dovizia di dettagli (pensiamo alla ricchezza di tutti i libri della Bibbia).

Il percorso dell’umanità è stato lungo, tortuoso ma anche bello e prezioso, Gesù ma anche altri Profeti e persone illuminate hanno insegnato il rispetto per la vita umana. Si è giunti alla conclusione che ogni essere umano, perfino chi fa del male deve essere rispettato.

Gesù, duemila anni fa aveva avuto una grande intuizione dando una semplice regola: ama Dio ed il prossimo tuo come te stesso, da quel momento sappiamo, (ma ricordiamo che certe religioni orientali sono giunte alla medesima conclusione con millenni d’anticipo), che la vita è un dono, anche la vita dei nostri nemici è un valore, è preziosa per Dio.

Gesù ci invita ad amare, a fare del bene a coloro che ci fanno del male.

Il messaggio di Gesù è personale. Le persone possono aderirvi e molti vi hanno aderito.

Affinché anche nella vita politica si arrivasse a comprendere il messaggio di Gesù c’è voluto qualche migliaio di anni e non tutti i paesi sono “sincronizzati”, ossia ciascuno ha recepito una parte, ha valorizzato un aspetto del messaggio originale.

Per esempio, per gli antichi Greci l’omosessualità era accettata come parte di una variabilità umana, altri popoli hanno fatto molto fatica ad arrivarci, la medicina stessa ci è arrivata solo nel 1973 quando l’omosessualità viene rimossa dalle categorie nosografiche. Fino a quel momento gli omosessuali erano considerati ammalati. A tal riguardo ricordiamo Paul Watzlawick (1921, Austria Palo Alto, 2007) lo psicologo e filosofo austriaco naturalizzato statunitense che con la sua celebre battuta sul DSM III ha espresso ciò che era accaduto: con l’eliminazione dell’omosessualità dai disturbi psichiatrici, in seguito alle forti pressioni sociali e scientifiche dell’epoca, portate avanti dall’antipsichiatria, milioni di persone nel mondo erano di fatto state “curate” con un tratto di penna.

Pensiamo all’abolizione della schiavitù, alla rivoluzione francese con i principi di uguaglianza, fraternità e libertà, alla libertà di pensiero, espressione, stampa, pensiamo alla fine dell’apartheid con pari diritti per bianchi e neri, al voto alle donne, ai diritti dell’infanzia, al diritto all’istruzione, alle cure mediche, all’abolizione della pena di morte, ai diritti degli animali domestici, alla tutela del nostro Pianeta con la lotta all’inquinamento e la protezione delle aree verdi.

Non pretendo fare un elenco completo ho solo ricordato quelle che a mio giudizio sono le tappe principali.

Ora noi occidentali abbiamo raggiunto un discreto livello di consapevolezza circa il fatto che le persone godono i medesimi diritti, per il fatto stesso di essere stati concepiti e di essere nati, che le risorse non sono illimitate che abbiamo responsabilità nei confronti delle generazioni future, nei confronti degli altri Paesi nella tutela ambientale.

Può essere che non sia la stessa cosa per tutti i Paesi, ci sono Paesi che sono ancora al tempo di Abramo. La grande svolta è stato l’avvento di Gesù che ha reso tutto più chiaro: ci ha dato una formidabile modalità di comportamento, ma non tutti l’hanno recepito, non ancora.

Di fatto ci sono Paesi e culture che 2000 anni or e anche di più sono avevano già il nostro livello di consapevolezza e che forse sorridono di fronte al fatto che noi ci interroghiamo solo ora sul clima o che i governi devono di imporre ai cittadini la raccolta differenziata o il rispetto per la natura: ci sono culture orientali che vivono da millenni nel rispetto per ogni essere vivente.

E ci sono Paesi in cui le persone hanno ancora necessità di adempiere il sacrificio di Isacco per sentirsi parte del progetto divino. O se preferiamo, ci sono popoli che hanno bisogno di un Dio che li tiene ancora come bambini, che chiede a loro obbedienza cieca.

[1] Le radici della violenza tra terrorismo ed estremismo religioso” presentato al corso IC 31 via Dante, il 9 aprile 2016 a Voghera, dal titolo Psicologia e criminologia del terrorismo Acetanti et al.

[2] Genesi 22,1-18.

[3] Psicodinamica dell’azione violenta, in Il bullismo in ambito scolastico, Aceranti et al. EFBI, luglio 2017.

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LE RADICI DELLA VIOLENZA TRA TERRORISMO ED ESTREMISMO RELIGIOSO

Gli eventi recenti di stragi ed attentati ci hanno spinto a riflettere sulle ragioni di tanto odio e violenza mascherata da guerra di religione. In molti si sono dati da fare per dare una lettura sociologica, storica, economica, culturale, politica a questi eventi. Spesso gli autori delle stragi sono persone “povere” sia culturalmente che economicamente, costrette ai margini della società, senza più nulla da perdere, farsi saltare in aria è un modo per raggiungere l’immortalità, per avere un posto nella storia. Poi si legge che alcuni degli autori delle stragi sono persone istruite, aggiornate, ricche, in salute, giovani, con un ottimo lavoro, una famiglia nell’apparenza normale, con figli piccoli e desiderati, con un futuro: non ci spieghiamo tanto facilmente le ragioni di questi gesti, qualche cosa manca al nostro ragionamento.

 

Vita o obbedienza alla fede

Gli autori delle stragi sono fondamentalisti, estremisti religiosi, sicuramente dovendo scegliere tra rispetto della vita umana o l’obbedienza alla fede opteranno per l’obbedienza.

Hanno una fede forte, una grande capacità di mettersi a disposizione, in modo integrale, totale. Hanno la capacità di sentirsi parte di un disegno più grande, la capacità di aderire al progetto, al credo salvifico a costo della vita, di obbedire a Dio costi quel che costi.

Noi occidentali questo possiamo capirlo bene, siamo stati educati in un sistema pedagogico impregnato dei principi della nostra fede quella cristiana che ha le medesime radici di quella islamica. Ripensiamo al sacrifico che Dio chiese ad Abramo: “sacrificami tuo figlio.” Aderisci al mio progetto a costo, non solo della tua vita ma perfino della vita di tuo figlio, fidati di me. La vita cessa in questa ottica di essere un valore in sé e per sé ma viene chiesta e premiata l’obbedienza, la fiducia, la fede.

La cristiana, l’ebraica e la musulmana sono le tre grandi religioni monoteiste. Hanno radici comuni: anche i musulmani e gli ebrei credono in Abramo, e in Isacco, Ismaele, Giacobbe, negli altri profeti, in Mosè, poi i cristiani hanno Gesù, i musulmani Maometto, gli ebrei attendono ancora un Messia. Esiste quindi una unica tradizione: giudaico-cristiano-islamica che abbraccia tutti i figli di Abramo.

Oggi noi consideriamo la vita un valore, fino a 50-100 anni fa non era così, c’erano vite di serie A e di serie B, le donne contavano meno degli uomini, i bambini meno delle donne, gli schiavi meno dei bambini, gli animali meno degli schiavi. Oggi anche la vita degli animali viene ritenuta preziosa, è protetta da leggi, ma se anche non ci fossero le leggi a proteggerla, l’odierno sentire comune rigetta le vessazioni compiute sugli animali. In un certo senso ci siamo evoluti, ci siamo raffinati. Abbiamo imparato a rispettare le creature. Ora stiamo imparando a rispettare anche l’ambiente.

Dio nel progetto educativo per il suo popolo si è comportato come una madre con suo figlio: nella prima infanzia la madre da limiti rigidi al bambino non sporgerti dalle scale, non salire in piedi sul tavolo, non toccare il fuoco, non attraversare la strada chiede l’obbedienza, anche piuttosto cieca, a rigide regole. La madre chiede un atto di fede. Come Dio ad Abramo. La madre non può spiegare al bambino il perché non può toccare il fuoco o attraversare la strada, lo farà poco per volta, facendogli fare prove ed errori, però non può permettergli qualsiasi tipo di esperienza perché potrebbe ferirsi o addirittura averne danni permanenti. In ogni caso sperimentare tutto non è vantaggioso neppure in termini evoluzionistici: occorre trarre vantaggio dell’esperienza degli altri. Così anche Dio non può spiegare tutto il suo progetto salvifico nei dettagli, in poche battute e chiede quindi al suo popolo fanciullo di fidarsi. Poi via via ha ispirato e spiegato, passo dopo passo, tutte le tappe con dovizia di dettagli (tutti i libri della Bibbia).

Il percorso dell’umanità è stato lungo, tortuoso ma anche e prezioso, Gesù ma anche altri Profeti e persone illuminate hanno insegnato il rispetto per la vita umana. Si è giunti alla conclusione che ogni essere umano perfino chi del male deve essere rispettato. Gesù aveva avuto una grande intuizione dando una semplice regola ama Dio ed il prossimo tuo come te stesso, da quel momento sappiamo che la vita è un valore, anche la vita dei nostro nemici, che Gesù ci invita ad amare, a fare del bene a coloro che vi fanno del male. Il messaggio di Gesù è personale. Le persone possono aderirvi e molti vi hanno aderito. Affinché anche nella vita politica si arrivasse a comprendere il messaggio di Gesù c’è voluto qualche migliaio di anni e non tutti i paesi sono “sincronizzati”, ossia ciascuno ha recepito una parte, ha valorizzato un aspetto del messaggio originale.

Per esempio per gli antichi Greci l’omosessualità era accettata come parte di una variabilità umana, altri popoli hanno fatto molto fatica ad arrivarci, la medicina stessa ci è arrivata solo nel 1973 quando l’omosessualità viene rimossa dalle categorie nosografiche. Fino a quel momento gli omosessuali erano considerati ammalati. A tal riguardo ricordiamo Paul Watzlawick (1921, Austria-Palo Alto, 2007) lo psicologo e filosofo austriaco naturalizzato statunitense che con la sua celebre battuta sul DSM III ha espresso ciò che era accaduto: con l’eliminazione dell’omosessualità dai disturbi psichiatrici in seguito alle forti pressioni sociali e scientifiche dell’epoca portate avanti dall’antipsichiatria, milioni di persone nel mondo erano di fatto state “curate” con un tratto di penna.

Pensiamo all’abolizione della schiavitù, alla rivoluzione francese con i principi di uguaglianza, fraternità e libertà, alla libertà di pensiero, espressione, stampa, alla fine dell’apartheid con pari diritti per bianchi e neri, al voto alle donne, ai diritti dell’infanzia, al diritto all’istruzione, alle cure mediche, all’abolizione della pena di morte, ai diritti degli animali domestici, alla tutela del nostro Pianeta con la lotta all’inquinamento e la protezione delle aree verdi. Non pretendo fare un elenco completo ho solo ricordato quelle che a mio giudizio sono le tappe principali.

Ora noi occidentali abbiamo raggiunto un discreto livello di consapevolezza circa il fatto che le persone godono i medesimi diritti, per il fatto stesso di essere stati concepiti e di essere nati, che le risorse non sono illimitate che abbiamo responsabilità nei confronti delle generazioni future, nei confronti degli altri Paesi nella tutela ambientale.

Può essere che non sia la stessa cosa per tutti i Paesi, ci sono Paesi che sono ancora al tempo di Abramo. La grande svolta è stato l’avvento di Gesù che ha reso tutto più chiaro: ci ha dato una formidabile modalità di comportamento, ma non tutti l’hanno recepito, non ancora.

Di fatto ci sono Paesi e culture che 2000 anni or e anche di più sono avevano già il nostro livello di consapevolezza e che forse sorridono di fronte al fatto che noi ci interroghiamo solo ora sul clima o che i governi devono di imporre ai cittadini la raccolta differenziata o il rispetto per la natura: ci sono culture orientali che vivono da millenni nel rispetto per ogni essere vivente.

E ci sono Paesi in cui le persone hanno ancora necessità di adempiere il sacrificio di Isacco per sentirsi parte del progetto divino. O se preferiamo, ci sono popoli che hanno bisogno di un Dio che li tiene ancora come bambini, che chiede a loro obbedienza.

 

La religione come mezzo di coesione nel popolo

All’interno di un popolo la religione rappresenta un elemento di coesione formidabile: favorisce il senso di appartenenza e di fratellanza tra le persone. Partecipare ad una funzione, cantare in coro, pregare insieme, prendere parte ad una celebrazione, recarsi tutti insieme ad un pellegrinaggio ci fa sentire popolo, popolo di Dio, tutti fratelli. Anche quando non ci si conosce, appartenere alla stessa fede ci rende simili, ci avvicina l’un l’altro, rende possibile l’aiuto reciproco, la condivisione. Nella stessa fede si condividono ideali comuni, si prega per intenti comuni, si lavora ad un progetto condiviso.

È molto più facile sviluppare il senso di appartenenza e l’autorealizzazione per chi professa una fede. Nei bisogni esplicitati dalla piramide di Maslow metteremmo la religione al vertice.

D’altra parte se due famiglie all’interno di una medesima nazione professano religioni differenti, (o anche due persone nella stessa famiglia) avranno una visione del mondo e della vita differenti, il più delle volte invece di arricchirsi reciprocamente grazie alla pluralità dei punti di vista, professare credi differenti rappresenta un possibile elemento di divisione. È sufficiente differenziarsi anche di poco, per odiarsi, farsi la guerra. La religione ben lungi dall’essere un fenomeno aggregativo è stato spesso nella storia un elemento di divisione tra i Popoli.

 

Il disprezzo alla base delle divisioni tra le religioni

Nel ricercare quale sia il meccanismo con cui la religione crea divisioni ed odio troviamo in modo abbastanza costante il disprezzo. Il disprezzo è agito nei confronti di chi non professa la stessa fede. Questo nonostante tutte le religioni insegnino il rispetto della vita, della famiglia, e professino l’amore.

Le religioni monoteiste di matrice giudaico-cristiano-islamica traggono parte della propria forza di coesione dal disprezzo per le altre religioni.

Non è un caso che tra i 10 comandamenti che Dio ha dato a Mosè sul monte Sinai, non esista “non disprezzare”. Nei comandamenti si tratta della preghiera, della proprietà privata, dell’adulterio, della sincerità ma non una parola, né un accenno al disprezzo. Non può essere certo una dimenticanza. Riteniamo che il disprezzo sia funzionale alla religione, alla diffusione di un credo religioso, alla sua affermazione a discapito delle altre religioni. Disprezzo qui inteso non come qualità morale ma come in senso psicodinamico e neurofisiologico. Il disprezzo è una emozione fondamentale. È una delle emozioni fondamentali presente in ogni cultura. Fa parte dell’essere umano stesso.

I cristiani si sentono sdegnati dai mussulmani, i mussulmani si sentono disprezzati dai cristiani. Questo è quanto emerso dai sondaggi eseguiti nei diversi Paesi ed è quello che si evince andando ad analizzare sul piano neurofisiologico il significato del disprezzo.

Un metodo di indagine scientifica per il confronto tra religioni monoteiste è stato ideato tra il 2001 e il 2007 dalla Gallup Organization. Sono state eseguito decine di migliaia di interviste lunghe un’ora, strutturate, con i residenti di più di 35 nazioni a maggioranza musulmana, o caratterizzate da una massiccia presenza musulmana, il metodo di campionamento era casuale e comprendeva tutte le fasce di età e di estrazione sociale, aree urbane e rurali.

Il sondaggio che rappresenta in modo statisticamente significativo più del 90% del miliardo e trecento milioni di musulmani presenti nel mondo, costituisce uno dei maggiori e più vasti studi sull’Islam mai eseguiti. In questo sondaggio si tentò di rispondere alle domande: quali sono le radici del fondamentalismo islamico, chi sono i fondamentalisti? Che radici hanno? I musulmani vogliono la democrazia? A cosa aspirano le donne musulmane?

Le risposte date dai musulmani si possono riassumente nelle seguenti:

  1. Chi parla a nome dell’Occidente? Ogni Paese occidentale viene visto e giudicato a sé, non viene sistematicamente identificato l’Occidente con gli USA.
  2. Quale è il principale desiderio/aspirazione dei musulmani? Avere un lavoro migliore è la risposta più frequentemente data sia da uomini che da donne.
  3. È accettabile un attacco contro i civili per punire lo stato? Moralmente è inaccettabile è stata la risposta unanime.
  4. È giustificabile il terrorismo? La maggioranza rifiuta e condanna il terrorismo.
  5. Cosa ammira di più un islamico dell’Occidente? La tecnologia e la democrazia.
  6. Cosa critica di più un islamico dell’Occidente? La decadenza morale e l’abbandono dei valori tradizionali.
  7. Rivolta alla donne: desidera la giustizia di genere? Solo al pari della religione, le donne desiderano sia avere pari opportunità sia restare nel rispetto della legge religiosa.
  8. Cosa può fare l’Occidente per migliorare i rapporti con l’Islam? Mitigare le opinioni nei confronti dei musulmani e rispettare l’Islam.
  9. Crede nel rapporto tra autorità religiosa e politica? La maggioranza vorrebbe che la religione ispirasse le scelte politiche pur desiderando tenere distinti i due poteri: civile e religioso.

 

Sdegno e disprezzo

Un secondo sondaggio questa volta di portata davvero mondiale è stato eseguito sempre dall’Istituto Gallup dal dicembre 2005 al dicembre 2006, in più di 130 paesi e aree, con risultati statisticamente rappresentativi del 95% della popolazione mondiale, allo scopo di comprendere le credenze, i valori, il senso e l’importanza della famiglia, della religione, le ragioni del terrorismo a matrice islamica, del fondamentalismo islamico, le difficoltà di integrazione tra Islam ed altre religioni.

I risultati, numerosissimi e pubblicati a più riprese, consultabili nei siti web sono tali da sorprenderci. Riassumiamo le domande più significative: “cosa vuol dire famiglia per lei?” “cosa vuole dire per lei battaglia spirituale?” “cosa ammira di più del mondo islamico?” “quanto amore ritiene di avere nella sua vita?” “quale considerazione ha della famiglia” “quale considerazione ha della maternità” hanno mostrato, al di là delle singole risposte che non c’è alcuna differenza statisticamente significativa tra persone di fede islamica rispetto ai non islamici. In special modo mussulmani e cristiani hanno dato risposte simili.

In particolare possiamo dire che i cristiani si sentono sdegnati dai mussulmani, i mussulmani si sentono disprezzati dai cristiani. Il disprezzo è una emozione fondamentale che permea il rapporto tra le diverse religioni. Lo sdegno è una forma di disprezzo misto a disapprovazione e a risentimento. Il disprezzo genera in chi lo subisce imbarazzo o comunque profondo disagio. Lo sdegno genera altro disprezzo e crea distanza.

Dal momento che chi disprezza o sdegna si sente bene, chi prova queste emozioni si sente bene, si sente migliore in senso morale dei disprezzati o degli sdegnati rispettivamente, non si rende nemmeno conto di metterli in atto. Non guarda a sé stesso criticamente guarda l’altro o gli altri dall’alto in basso.

 

Il disprezzo per le altre religioni come elemento di coesione per ogni religione

Il disprezzo è una emozione fondamentale.

Nello sviluppo normale di un individuo è di particolare rilevanza lo sviluppo emozionale, ossia entrare in contatto con le proprie emozioni, esserne consapevole, sperimentarle nel contesto corretto, e questo è al contempo tanto importante quanto avere un buon rapporto con il “care giver”, (di solito la madre) ed al poter contare su una “base sicura”, (di solito la famiglia). La consapevolezza che l’individuo ha delle proprie ed altrui emozioni, è fondamentale sia per il buon funzionamento del sé che per le relazioni con gli altri. Ciascuno di noi vive le emozioni in modo molto personale, molti non sono neppure consapevoli di provare una emozione. Circa il disprezzo, la rabbia, o il disgusto spesso sono agiti in modo inconsapevole. Oppure c’è che vive nella paura e non se ne rende conto. Sta di fatto che, consapevoli o meno, tutti devono confrontarsi con vari tipi di emozione ogni giorno e le nostre reazioni istantanee ed involontarie a ciò che ci accade, dipendono sia da ciò che abbiamo interiorizzato nelle fasi precoci della nostra vita, sia da quanto abbiamo elaborato in un momento successivo.

 

Le emozioni

Facciamo un passo indietro e chiariamo cosa si intende per emozioni secondo la definizione neurofisiologica: le emozioni sono stati mentali e fisiologici generalmente brevi ed istantanei, associati a modificazioni psicofisiologiche, per lo più si evocano in risposta a stimoli interni od esterni o a ricordo e rievocazione degli stimoli stessi. Questa è la definizione che di emozione troviamo nel Kandel il testo di neurofisiologia a cui facciamo riferimento.

Comunemente identifichiamo quali emozioni primarie la gioia, la sorpresa, la tristezza, la rabbia, già presenti alla nascita; in un secondo tempo, ma sempre entro il terzo anno di vita, compaiono la paura, l’imbarazzo ed il disgusto (vedi per maggiori informazioni Oppure sempre dello stesso autore Le basi neurofisiologiche dello sviluppo emozionale, Aceranti A. et al. Ed eFBI, novembre 2015).

Paura, imbarazzo e disgusto meritano un discorso a parte.

Le reazioni della paura come abbiamo già detto sono innate: il riflesso di Moro che è la sua espressione più precoce, è presente alla nascita in tutti i neonati sani e si evoca scuotendo leggermente il piano su cui è adagiato il neonato, lo spavento, riflesso complesso per rumori violenti o luce intensa, si sviluppa nelle prime settimane di vita. Le reazioni che mettiamo in atto quando abbiamo paura sono “antiche”, fortemente “autonome”, fanno capo 1. al sistema “limbico” arcaico e comune a tutti gli animali, 2. al sistema nervoso autonomo ortosimpatico 3. al surrene, organo endocrino che produce cortisolo ed adrenalina indispensabile per la sopravvivenza. Come tutti noi possiamo sperimentare non possiamo controllare il ritmo e la frequenza del nostro battito cardiaco quando abbiamo paura, né il diametro delle nostre pupille. Le reazioni di questo tipo ci preparano alla fuga o alla lotta e sono necessarie alla nostra sopravvivenza. Invece il “senso di pericolo” e “l’oggetto della nostra paura” è acquisito (fatta eccezione per alcune paure che sono innate, come ad esempio la paura dei serpenti o di qualcosa che striscia ed ha forma allungata): un bambino piccolo non ha paura di nulla e proprio per questo motivo, va protetto.

Il disgusto è una emozione acquisita, compare dopo il 2 anno di vita come risposta alle sollecitazioni materne nell’educare al controllo degli sfinteri. L’imbarazzo è la risposta del bambino al disgusto che la mamma manifesta in caso di fallimento nei primi traguardi proposti. L’importanza del disgusto è intuitiva: protegge il bambino e poi la specie umana dalle malattie. Senza disgusto cresceremmo come gli animali, con apprezzamento per le proprie ed altrui deiezioni. Il disgusto si esprime per qualsiasi sostanza abbandoni il corpo: saliva, muco, urine, feci, vomito

L’emozione più tardiva nel fare la propria comparsa è il disprezzo. Questo pur acquisito, si è affermato in ogni cultura e si manifesta all’incirca dopo il quinto anno di vita, richiede un buon funzionamento di circuiti corticali superiori. Il disprezzo è importante per la “funzione aggregativa” che genera nei “disprezzati” intesi come gruppo. Ad esempio il disprezzo esercitato dal capofamiglia per ribadire il proprio ruolo di maschio alfa, genera cameratismo tra i figli, il disprezzo dell’insegnante verso gli studenti, genera cameratismo nella classe. Forse proprio per questa funzione socializzante ed aggregativa che tale emozione, pur totalmente acquisita, si è affermata in tutte le culture. Vittima del disprezzo è spesso il figlio maschio, il padre per ribadire il proprio ruolo di maschio alfa potrà esercitare un atteggiamento sprezzante senza neppure accorgersene. Infatti raramente chi esercita il disprezzo ne è consapevole, il disprezzare è un’emozione piacevole, veicola il messaggio: “io sono meglio in senso morale, io sono il tuo modello”. In chi subisce il disprezzo reiterato, in questo caso nel figlio, si favorisce lo sviluppo di un super-Io intransigente. Se il comportamento sprezzante è tollerato, condiviso, vissuto come normale e non smascherato dalla madre o da un altro testimone, il danno coinvolgerà anche la costruzione del sé. Oppure il figlio imiterà il padre ed interiorizzerà l’atteggiamento sprezzante riproponendolo a propria volta. Nei casi estremi di disprezzo pervasivo diventerà un organizzatore primario della psiche, ossia il sentimento prevalente e produrrà il disprezzo patologico. Il disprezzo patologico è alla base del disturbo di personalità di tipo antisociale che si definisce proprio come disprezzo patologico per le regole del vivere civile.

Le emozioni rendono più efficace ed immediata la reazione dell’individuo in situazioni per cui è conveniente e desiderabile avere una risposta pronta, adatta ai fini della sopravvivenza. La reazione immediata e pronta non utilizza processi cognitivi ed elaborazione cosciente, ma avviene in modo automatico, direi d’istinto. Dal punto di vista sociologico la funzione delle emozioni è relazionale poiché comunicano agli altri le nostre reazioni psicofisiologiche potendo creare aggregazione e complicità necessarie per il consolidamento dei legami sia in ambito famigliare che comunitario.

Le emozioni hanno quindi una funzione psico-auto-regolativa, facilitando la comprensione dei propri stati d’animo e delle reazioni fisiologiche in risposta agli stimoli ambientali e soprattutto all’interazione con gli altri.

 

Libero arbitrio e competenza morale

Ci siamo chiesti all’inizio cosa accomuni gli autori delle stragi, sappiamo che sono fondamentalisti, estremisti religiosi, che hanno una fede forte, una grande capacità di mettersi a disposizione, in modo integrale, totale….

…hanno una coscienza morale forte. Le domande che nascono sono: se coscienza morale e competenza morale siano la stessa cosa; cosa sia il libero arbitrio e fino a che punto queste persone siano responsabili dei propri gesti. Il tradizionale tema del libero arbitrio ha visto negli anni, anzi nei secoli, sovrapporsi molti livelli di controversia e confusione. Se la mia neurofisiologia e psicobiologia, fatta di circuiti e mediatori chimici mi ha portato a pensare così allora non ne sono affatto responsabile.

Proviamo a verificare quali siano i requisiti per rendere una azione umana moralmente responsabile. Cosa, dunque è necessario affinché un essere umano sia ritenuto moralmente responsabile per le sue azioni? Questo requisito è la competenza morale. Se una persona avesse coscienza morale ma fosse moralmente incompetente sarebbe ridicolo considerarla responsabile. Non possiamo ritenere responsabili delle loro azioni i bambini piccoli o gli adulti con ritardo mentale o demenza. L’età dell’acquisizione della competenza morale è all’incirca 8 anni. Per questi stessi motivi non riteniamo responsabile un animale che uccide un essere umano, anche deliberatamente.

 

Competenza morale secondo Dennet Daniel

Secondo la teoria di Dennet Clement Daniel (Boston 1942, vivente) logico e filosofo, una persona agente moralmente competente deve avere le 6 seguenti caratteristiche.

1) È ben informato.

2) Ha desideri abbastanza ben organizzati.

3) È motivato da ragioni.

4) Non è controllato da un altro agente.

5) È punibile.

6) «Avrebbe potuto fare altrimenti».

Alcune di queste sei condizioni sono ovvie ed intuitive. Proviamo comunque a commentarle.

1) L’ignoranza negligente non è ammissibile. Non essere a conoscenza dei bisogni e delle emozioni umane, delle leggi e dei costumi di un luogo, della religione e della storia di un popolo per impossibilità oggettiva ad accedere ai mezzi di informazione escludono una persona dal libero arbitrio. Il proprio comportamento verso quella situazione non potrebbe essere guidato in modo affidabile. Una persona moralmente responsabile ritiene un dovere formare, conservare e aggiornare la propria conoscenza del mondo.

2) La capacità di avere desideri indipendenti, propri, originali e di coltivarli presuppone un sé forte. Se una persona è in preda a fobie e dipendenze non ci si può aspettare che possa avere comportamenti appropriati. Senza entrare nella vera e propria psicopatologia chi non è in grado di avere desideri possiede tratti di personalità dipendente che ne fanno una possibile pedina nelle mani di altri. Chi desidera approfondire l’argomento in tema di dipendenze può approfondire con la lettura di “nella tela del ragno” di Aceranti et al. eFBI dicembre 2014.

3) Essere in grado di rispondere in modo appropriato alle motivazioni offerte, distinguere tra le ragioni sensate da quelle che ne sono prive, e siano in grado di rispondere in modo coerente alle domande sul perché stanno facendo ciò che stanno facendo.

4) Non essere controllato in senso lato, essere libero nelle scelte, non manipolato da parte di un altro agente, sia esso la religione o la politica o le influenze della famiglia. Saper preservare la propria autonomia nonostante le costrizioni.

5) Una persona moralmente competente deve avere interesse e capacità nel salvaguardare la propria libertà dalla punizione. Se ci si pone al di fuori ed al di sopra delle leggi, se le leggi possono essere fatte ad hoc, non viene rispettato il principio di punibilità. Le persone nelle scelte devono avere sempre qualcosa di importante da perdere. Chi non ha più nulla da perdere non è moralmente competente.

6) Se una persona è posta in situazioni tali da non poter agire in altro modo non è responsabile delle proprie azioni.

 

Bibliografia

  1. Dennet, Clement, Daniel La competenza Morale, Festival delle scienze “Ci sono sei condizioni affinché un essere umano sia ritenuto responsabile delle sue azioni. Sono esclusi bambini e dementi” (Sole 18.1.15).
  2. Saad L, Anti-Muslim sentiments faily commonplace, in Gallup Poll News Service 10 agosto 2006, 27 dicembre 2007 da http://www.gallup.com/poll/24073.
  3. Esposito JL, Mogahed D, Tutto quello che dovresti sapere sull’Islam e che nessuno ti ha mai raccontato. New compton editori, dicembre 2009.
  4. Gallup Poll Editor, the Gallup Poll the Islamic Word: subscriber report, Gallup, Inc. Princeton, NJ 2002.
  5. Miller, Alice, La rivolta del corpo. Come superare i danni di un’educazione violenta, 2005.
  6. Miller, Alice, Riprendersi la vita. I traumi infantili e l’origine del male, 2009.
  7. Freud, Anna, L’Io e i meccanismi di difesa” 1942 Psycho.
  8. Winnicot, DW, “Dal Luogo delle Origini” nel 1971. IMG-20180830-WA0016IMG-20180929-WA0009le radici della violenza per blog
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La sedazione nelle cure di fine vita

sedazione palliativa per blog“Non abbiamo bisogno di paralizzarci sull’incertezza. La medicina non è la scienza della certezza, ma invece è caratterizzata proprio dall’incertezza. Bisogna dare risposte appropriate nonostante l’incertezza.”….“possiamo dire ai pazienti e alle famiglie che la sedazione palliativa non riduce la vita. Si temeva che questa terapia fosse una forma di eutanasia occulta, dato che spesso il decesso avviene piuttosto rapidamente dopo la sedazione, ma è stato dimostrato che questa terapia non ha alcun effetto negativo sulla sopravvivenza. Questi studi dovrebbero rassicurare i medici che non accettano l’eutanasia e fare sì che nessun paziente debba raggiungere la morte in preda a sofferenze. Chi osteggia ancora la sedazione palliativa, dovrebbe onestamente dichiarare al paziente e ai familiari di non essere in grado di prendersi cura di una persona in fine di vita”.

Cherny Nathan I.

 

Definizione

Per sedazione in cure palliative si intende

la riduzione intenzionale della vigilanza con mezzi farmacologici, fino alla perdita di coscienza, allo scopo di ridurre o abolire la percezione di un sintomo, altrimenti intollerabile, per il paziente, nonostante siano stati messi in opera i mezzi più adeguati al controllo del sintomo, che risulta, quindi, refrattario.”[1]

I farmaci “sedativi” più utilizzati appartengono alla classe delle benzodiazepine sono complementari alla terapia del dolore e rappresentano un cardine nelle cure palliative.

I farmaci sedativi a basso dosaggio diminuiscono lo stato di allerta e rendono più efficaci quelli impiegati nella terapia del dolore, invece a dosaggio pieno si usano nella sedazione propriamente detta che viene attuata qualora siano presenti sintomi non altrimenti controllabili.

Esistono numerose situazioni in ambito medico per cui si ricorre alla sedazione, ma qui si tratterà solo della sedazione palliativa[2]. Non tratteremo della sedazione occasionale che si utilizza per effettuare una manovra invasiva. L’effetto analgesico degli oppioidi si accompagna aduna certa sedazione ma neppure in questo caso si parla di sedazione palliativa. La sedazione normalmente legata alla terapia ansiolitica o la terapia della modulazione del sonno non sono da considerarsi terapia palliativa.

 

Sedazione atto medico

La sedazione palliativa è quindi qualcosa di molto differente, un vero e proprio atto medico deliberato, non un effetto collaterale di altra terapia. In quanto atto medico viene proposto dal curante e condiviso dal paziente.

Poiché la sedazione altera la percezione della realtà necessita di consenso informato da parte del paziente affinché possa essere messa in atto.

 

Situazione di sofferenza alla fine della vita

L’indicazione alla sedazione palliativa è la situazione di terminalità e la presenza di sintomi refrattari alle terapie convenzionali.

Ci mettiamo quindi nell’ottica di cure di fine vita e di paziente sofferente.

Fine vita: spesso i pazienti non sanno di essere giunti a fine vita, la consapevolezza della diagnosi e della prognosi non è sempre presente, ma rappresenta un requisito per l’applicazione concreta della sedazione.

Spesso i parenti si oppongono a che il paziente conosca la verità circa la propria diagnosi e prognosi. Spesso i medici tergiversano nel comunicare le cattive notizie. La malattia, la sofferenza, la morte spaventano tutti.

Occorre che i parenti del paziente ed i medici siano ben consapevoli di questo punto. Il paziente deve poter esprimere il proprio consenso e per fare ciò deve conoscere le proprie condizioni. Non comunicare al paziente la sua prognosi, proseguire nella congiura del silenzio, assecondare e favorire questo tipo di condotta, tanto frequente fino a 30 anni fa ma ancora purtroppo perseguita anche nei nostri reparti, rende di fatto inapplicabile la sedazione palliativa e quindi il sollievo dai sintomi refrattari.

La nuova legge sulle direttive anticipate di trattamento affronta proprio questo aspetto.

 

Sedazione versus eutanasia

L’uso dei sedativi permette al paziente di superare i momenti difficili senza perdere la speranza e senza ulteriori sofferenze. La sedazione rappresenta uno dei cardini delle cure palliative ed una valida[3] e condivisibile alternativa all’eutanasia.

La sedazione è utilizzata per superare i sintomi refrattari alle terapie convenzionali nei pazienti giunti a fine vita. Di solito alcuni farmaci utilizzati per la sedazione danno un senso di benessere, sollevano dall’angoscia di morte, fanno perdere al paziente la consapevolezza di malattia. Dopo un periodo buio di sofferenza senza tregua, senza la speranza di guarigione finalmente il paziente può rilassarsi, può riprendere fiducia nella vita, può riconciliarsi con il mondo e magari anche riprendere a sperare.

Ci sono pazienti che impostata la sedazione hanno perso a tal punto la consapevolezza di malattia[4] da voler intraprendere viaggi ed attività obiettivamente non attuabili nelle loro condizioni. Ricordiamo due episodi «per favore mi lasci andare a Macugnaga devo sistemare la casa, vedere il Monte Rosa, fare qualche gita, comperare lo strudel dalla mia pasticceria» questo ci chiedeva un uomo di 55 anni dopo che aveva perso l’angoscia di morte imminente. Un tumore del retto pluri-metastatico devastante lo aveva condotto in hospice. Una donna di 45 anni Rom con un tumore dell’utero ha desiderato essere dimessa per vedere Venezia, la laguna, il mare.

Questo può creare un certo spiazzamento nella famiglia ed anche nel personale: di fatto è molto positivo che un malato terminale riesca a spostare l’attenzione dal dolore e dalla malattia e qualche altra situazione.

 

Dal Comitato Nazionale per la Bioetica

«Il 29 febbraio 2016 il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) conferma che la sedazione palliativa è eticamente legittima il documento del CNB intitolato “Sedazione Palliativa Profonda continua nell’imminenza della morte” che, recependo i punti salienti delle Raccomandazioni della SICP sulla sedazione terminale/sedazione palliativa (2007), conferma l’eticità di questa procedura correttamente definita “trattamento sanitario” e ne esclude la possibilità di essere classificata come una forma di eutanasia, di suicidio medicalmente assistito o di omicidio del consenziente.

Il valore della presa di posizione del CNB (organo di consulenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri) è che classifica questa procedura terapeutica come un diritto fondamentale per adulti e minori morenti, valorizza le volontà attuali del malato (anche minore) e le volontà anticipate (dichiarazioni anticipate di trattamento) nel quadro della pianificazione anticipata, ammette la liceità etica della sospensione di trattamenti di sostegno vitale (idratazione e nutrizione) basate su decisioni caso per caso di inappropriatezza clinica.

Significativo è il recepimento di molte indicazioni presenti nel documento “Informazione e consenso progressivo: un processo evolutivo condiviso. Raccomandazioni SICPe la sottolineatura della non necessità di far firmare un documento scritto di consenso, privilegiando invece la documentazione in cartella del percorso di condivisione decisionale sulla base di un’informazione anche prognostica[5].

A cura di Luciano Orsi

luciano.orsi@aopoma.it


Classificazione dei tipi di sedazione

Nell’applicazione della sedazione[6] possiamo fare alcune distinzioni circa la modalità di applicazione della stessa. Ogni paziente è diverso e quindi merita una terapia personalizzata.

Sedazione leggera

La sedazione leggera[7] è eseguita con ansiolitici, benzodiazepine a lunga emivita, quindi si preferisce l’effetto ansiolitico sull’ipnoinducente. La terapia con sedativi ha lo scopo di rendere il paziente sonnolento per ridurre il dolore legato alla componente ansiosa.

Lo stato d’ansia esaspera il dolore.

Non rientra in questo gruppo la terapia ansiolitica pura e semplice con le benzodiazepine, per ridurre i sintomi del disturbo d’ansia, ma si tratta qui di ridurre l’angoscia legata alla condizione di malato terminale.

Sedazione ad ore fisse

Sedazione ad ore fisse viene attuata per permettere al paziente di riposare ma anche di avere una vita di relazione, controllando i sintomi refrattari almeno per la maggior parte del tempo. Secondo alcune versioni si parla di sedazione intermittente[8]. Di solito i parenti chiedono questo tipo di sedazione per poter mantenere un rapporto con il congiunto. Bisogna considerare che non sempre le esigenze dei parenti e del paziente coincidono.

 Sedazione palliativa

Sedazione Palliativa (o ST) vera e propria, attuata nel malato terminale: è il termine generale per indicare tutti i tipi di sedazione che vengono attuati nell’ambito delle cure palliative, specie nei malati terminali, quindi con questo termine si riassumono tutti gli altri. Nella sedazione palliativa il malato viene sedato di solito in modo profondo con lo scopo di controllare i sintomi refrattari.

cropped-drago-definitivo_nebbiaa-1Sedazione terminale

Sedazione terminale viene anche definita sedazione palliativa degli ultimi giorni o palliative sedation in the last days o SILD e si intende la sedazione palliativa attuata negli ultimi giorni di vita. La somministrazione di sedativi avviene in modo continuo fino a far perdere conoscenza al paziente con lo scopo di ridurre i sintomi refrattari negli ultimi giorni od ore di vita fino al decesso.

La sedazione terminale non accelera la morte ma viene attuata di fatto nelle ultime ore di vita, quindi può esserci l’equivoco che la sedazione causi la morte…

 

Proposta spagnola di classificazione

La Società Spagnola di Cure Palliative[9] ha proposto di distinguere ulteriormente la sedazione palliativa in due sottoclassi:

  1. Sedazione Palliativa (SP) in generale, pratica volta ad alleviare sintomi refrattari riducendo lo stato di coscienza in misura adeguata e proporzionata alle necessità;
  2. Sedazione Palliativa degli Ultimi Giorni (SILD: Palliative Sedation In the Last Days): si tratta della stessa pratica di cui al punto 1, ma effettuata quando la morte è attesa entro un lasso di tempo compreso tra poche ore e pochi giorni, secondo una valutazione del medico. A questa pratica ci si riferisce tradizionalmente con la definizione[10] di “Sedazione Terminale”.

 

Sedazioni non palliative

Sono sedazioni non palliative:

  • la modulazione del sonno
  • la sedazione come effetto collaterale della terapia ansiolitica
  • la sedazione durante l’analgesia con oppioidi
  • la sedazione durante manovre invasive.

 

Sedazione superficiale e profonda

Classificazioni più antiche considerano una sedazione superficiale e una profonda a seconda che il paziente sia o meno risvegliabile se chiamato o scosso leggermente.

 


  1. SICP- gruppo di studio su etica e cultura al termine della vita. Raccomandazioni della SICP sulla sedazione terminale/sedazione palliativa http://www.sicp.it/web/procedure/protocollo. cfm?List=WsIdEvento,WsPageNameCaller,WsIdRisposta,WsRelease&c1=DOCSICP&c2=%2Fweb%2Feventi%2FSICP%2Findex- %2Ecfm&c3=7&c4=1 (last accessed october 2015)
  2. Vernocchi, S, Aceranti, A, et al. La Sopravvivenza dei pazienti in Sedazione Palliativa 6 ottobre 2012 Catania AIPO/UIP Sezione Cure Palliative del Congresso Nazionale Italiano di
3.       Kubler-Ross E; La morte ed il morire, ed. Cittadella, Perugia 1979.
4.       “Il testamento biologico: quale ruolo per il servizio sociale” in
notiziario SUNAS anno XVII n 161 Roma febbraio 2008 p.14
  1. La carta dei diritti del morente; Fondazione Floriani http://www.fondazionifloriani.org.
  2. Borsellino P., Consenso informato: perché e come attuarlo nelle cure palliative, Rivista italiana di cure palliative, 14.3, 2012, pp. 35-38.
  3. American Psychiatric Association. Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders, V Edition. American Psychiatric Association, Washington, DC. 2013.
  4. Temel JS, Greer JA, Muzikansky A, et al. Early Palliative Care for Patients with Metastatic Non–Small-Cell Lung Cancer. N Engl J Med 2010;363:733-42.
  5. Testo integrale della Legge 22 dicembre 2017, n. 219 Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento. (18G00006). (G.U. Serie Generale , n. 12 del 16 gennaio 2018)

 

 

[1] Morita T, Tsuneto S, Shima Y, Definition of sedation for symptom relief: a systematic literature review and a proposal for operational criteria. J Pain Sympt Managr 2002; 24; 447-453.

[2] Cherny NI, Portenoy RK, Sedation in the treatment of refractory symptoms: guidelines for evaluation and treatment. J Palliat Care 1994: 10:31-38.

 

 

[3] Broeckaert B, Olarte JMN. Sedation in palliative care: facts and concepts. In: Ten Have-Clark eds. The ethic of palliative care. Open University Press 2002: 166-80.

[4] Cherney NI. Commentary: Sedation in response to refractory existential distress: walking the fine line. J Pain Symptom Manage 1998; 16: 404-6.

[5] http://www.sicp.it/web/procedure/contenuto.cfm?List=WsPageNameCaller,WsIdEvento,WsIdRisposta,WsRelease&c1=%2Fweb%2Feventi%2FSICP%2Fdocumenti%2Ecfm%3FList%3DWsStartRow%2CWsTxtDataPubblDa%2CWsTxtDataPubblA%2CWsTxtTitolo%2Cp%26c1%3D1%26c2%3D%26c3%3D%26c4%3Dsedazione%2520palliativa%26c5%3D&c2=DOCSICPALT&c3=75&c4=1.

[6] Peruselli C, Di Giulio P, Toscani F et al. Home palliative care for terminal cancer patients: a survey on the final week of life. Pall Med 1999; 13: 233-41.

[7] Morita T, Tsuneto S, Shima Y. Definition of sedation for symptom relief: a systematic literature review and a proposal for operational criteria. J Pain Sympt Manage 2002; 24: 447-53.

[8] Porta Sales J, Sedation and terminal care. Eur J Pall Care 2001; 8: 97-100.

[9] Morita T, Tsuneto S, Shima Y. Proposed definitions for terminal sedation. Lancet 2001; 358: 335-6.

[10] Braun T, Hagen N, Wasylenko E et al .Sedation for intractable symptoms in palliative care: do CPG’s improbe care? Palliat Care 2000;16: 63-94.

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IL DISAGIO GIOVANILE Progetto I.C.M.S.

Gli adolescenti spesso non sono soddisfatti e soffrono di un’infelicità profonda, arrivando spesso a coltivare come unico sogno quello di rompere con una realtà ostile, in segno di protesta. I dati sui suicidi degli adolescenti, di per sé sconcertanti, non tengono conto dell’insieme dei tentati suicidi, dei cosiddetti para-suicidi, degli atti di autolesionismo e delle morti “lente” come l’anoressia nervosa, fenomeni che colpiscono la popolazione adolescenziale in misura maggiore rispetto ai comportamenti suicidari. Nel rapporto “Health for the world’s adolescents” l’OMS evidenzia come nei giovani di tutto il mondo, di età compresa tra i 10 e i 19 anni, il suicidio sia la terza causa di morte dopo gli incidenti stradali e l’Aids. Difficile stabilire se in passato erano davvero numeri più contenuti o se erano maggiori le cause di morte per malattie ora curabili.

In Italia il suicidio giovanile rappresenta, tra i giovani sotto i 21 anni, la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali, mentre i suicidi adolescenziali costituiscono il 10% dei circa 4000 suicidi totali che si consumano ogni anno.

Alcuni ragazzi che si procurano la morte soffrono di gravi disturbi psichiatrici, altri di dipendenza da alcool e droghe o di gravi malattie, ma la maggioranza è costituita da ragazzi che soffrono di gravi malesseri esistenziali.

Questo dato angosciante certifica la fragilità e vulnerabilità dei giovani, testimonia le difficoltà incontrate dalla ragazza o dal ragazzo durante il suo percorso di crescita e d’identificazione, non solo, ma esprime un disagio dell’intera società che guarda sgomenta ed impotente. Mettere fine alla propria esistenza, desiderare la morte per incapacità a far fronte alle frustrazioni, anche minime, chiama il mondo adulto a un rinnovato impegno nell’ascolto dei giovani e nell’intervento educativo, per far nascere negli adolescenti a un senso profondo della vita.

Progetto I.C.M.S. Informazione per una Consapevolezza Multidisciplinare di Interesse Sanitario

Se con questo progetto io so che ho salvato anche solo una vita: posso dire che ho vinto

Alan Luzzi

Il progetto è nato da una intuizione…

Alan, dopo un’adolescenza non facile ha deciso di condividere la nuova acquisita consapevolezza.

L’aver vissuto in Valtellina in una terra dove il tasso di suicidio tra gli adolescenti è tra i più elevati d’Italia l’ha condotto a riflessioni profonde, avendo conosciuto di persona alcuni giovani suicidi non ha potuto restare indifferente.

 

Dimensioni del problema

Secondo i registri delle Aziende ospedaliere della Valtellina e della Valchiavenna tra il 1989 e il 2007 in provincia di Sondrio si sono tolte la vita 485 persone. Molte di queste persone si sono suicidate gettandosi dal ponte di Castionetto, dove scorre il torrente Valfontana, nel comune di Chiuro, che per questo motivo è divenuto tristemente famoso come il ponte dei suicidi, altre gettandosi sotto il treno. Il tasso medio annuale nel territorio di queste aziende è stato del 15,04 per 100.000 abitanti, oltre il doppio di quello medio italiano, che è del 7,2; di questi: 370 erano uomini, le restanti 115 donne.

Questo dato iniziale ha determinato l’allarme sociale poiché presenta una importante ricaduta pratica: il 63,4% della popolazione di questo lembo di territorio è stato coinvolto, nell’ambito delle conoscenze personali, da almeno un caso di suicidio.

 

La cronaca recente

Il più recente suicidio risale al 18 marzo 2018, quando un uomo è stato ritrovato senza vita sotto questo stesso ponte di Castionetto, in fondo al dirupo, inutile l’intervento dei soccorsi.

Il penultimo caso è del 28 ottobre 2017, quando una donna già in cura per problemi psichici è stata salvata da una pattuglia della polizia, mentre tentava di arrampicarsi sulla balaustra posta a protezione dello stesso ponte. Fortunatamente le ricerche della donna erano scattate dalla sera precedente grazie alla segnalazione al numero di emergenza da parte di un operatore sanitario a cui la stessa donna aveva confidato di volerla fare finita gettandosi dal ponte di Castionetto. Questo dato può inquadrare l’evento come atto dimostrativo, ma il precedente psichiatrico ne sottolinea la gravità.

Secondo gli operatori del 112 da qualche anno la presenza di alberi di alto fusto nella vallata e la recinzione ha fatto in modo che gli aspiranti suicidi si buttassero sulle pendici della vallata dove il salto è minore e gli alberi attutiscono la caduta. Purtroppo, chi è davvero convinto di farla finita sceglie di buttarsi sotto al treno.

 

Malaombra e dopo la Malaombra

La mobilitazione sociale è iniziata grazie alla parrocchia di Tresivio dove un piccolo gruppo di persone, si è riunita per interrogarsi sul tema suicidio in Valtellina con Don Augusto Bormolini, che è stato anche responsabile della Caritas provinciale. Da queste prime sensibilizzazioni è nato il progetto denominato Malaombra. Questo tentativo assolutamente interessante, multilivello e multi-professionale, ha affrontato inizialmente il problema soprattutto con osservazioni, a questo è seguito il progetto “Dopo la Malaombra“.

Il vero patrimonio del progetto che rimarrà al territorio è il gruppo degli operatori delle tre organizzazioni del sociale che se ne occupano: Il Gabbiano, la Navicella e il Consorzio Sol.Co. I referenti del progetto sono stati per l’ASL Massimo Tarantola e Sara Gallo, per il Sol.Co. il Presidente Massimo Bevilacqua, per Il Gabbiano Cecco Bellosi, per Caritas Don Augusto Bormolini, per Navicella Enrico Del Barba. Il compito è di non far cadere il patrimonio di competenze e saperi che restano sul territorio, e nessuno di quelli che hanno avuto la “Malaombra” in casa possa più dire ”sono solo”.

Il progetto “Dopo la Malaombra” ha sviluppato il proprio intervento sulla prevenzione del suicidio in maniera trasversale, integrando la clinica con il lavoro di sensibilizzazione nelle comunità, rivolgendosi alla popolazione, ai facilitatori di comunità, ai medici di medicina generale, ai gruppi ad alto rischio di comportamenti suicidari, ai loro familiari, in collaborazione con le istituzioni, le associazioni e il terzo settore in generale, i mass media, il mondo delle imprese e i sindacati.

 

Progetto I.C.M.S.

L’idea di una formazione per una Consapevolezza Multidisciplinare di Interesse Sanitario è sorta in questo contesto, e si è sviluppata con una serie di conferenze, in serate infrasettimanali, con cadenza mensile. L’invito alla popolazione è stato rivolto tramite social e stampa locale di Morbegno e dintorni. La scelta dei temi è stata fatta dagli organizzatori. Lo scopo era trattare i temi spinosi del disagio giovanile, con persone e formatori esperti ma che al contempo lasciassero spazio alle domande fatte dalla popolazione stessa.

È stato chiesto a tutti i partecipanti un contributo economico per pagare una sala abbastanza grande che potesse ospitare tutte le 300 persone circa che hanno aderito all’iniziativa.

A tutti i partecipanti al momento dell’ingresso veniva consegnato un biglietto che conteneva un numero di cellulare creato ad hoc con cui ciascuno poteva rivolgere domande restando nell’anonimato ed ottenendo immediatamente una risposta o accendendo una discussione. Dal momento che il consenso è stato rilevante e la possibilità di fare domande accolta con entusiasmo, alcune risposte sono state evase nella serata successiva.

Il fatto di consentire l’anonimato gli autori delle domande garantiva ad essi di poter fare qualsiasi tipo di domanda anche di argomento scabroso senza esporsi, ha garantito a tutti un pari trattamento ed ha fatto emergere davvero un quadro inaspettato di dubbi, incertezze e difficoltà, aprendo discussioni che hanno coinvolto specialisti di differenti settori.

Non si è mai volutamente trattato il tema del suicidio per evitare l’effetto domino o “trascinamento sociale” ossia l’emulazione che nasce tra i giovani quando gesti eclatanti sono portati ad esempio anche negativo. In passato, come già ricordato, l’effetto domino ha portato ad incremento dei suicidi tra gli adolescenti in almeno 4 occasioni documentate la pubblicazione del libro di J. W. Goethe: “I dolori del giovane Werther” (1774), la pubblicazione del libro di Ugo Foscolo “Lettere di Iacopo Ortis”, e l’effetto di emulazione a Los Angeles dopo il suicidio dell’attrice Marilyn Monroe, la trasmissione dalla Tv del programma “Morte di uno studente“.

Pertanto, abbiamo trattato temi inerenti al disagio ma mai il suicidio.

 

PROGETTO I.C.M.S. (Informazione per una Consapevolezza Multidisciplinare di interesse Sanitario) si compone da una serie di serate informative scientifiche senza scopo di lucro di interesse sanitario riguardante la salute della persona vista a 360 gradi.

L’obbiettivo sarà quello di raggiungere il maggior numero di persone possibile, toccando di serata in serata quanti più argomenti, con un linguaggio semplice e diretto a chiunque voglia assistere di volta in volta, interagendo con il professionista cercando di fare chiarezza, rendendo in questo modo le persone più consapevoli rispetto la propria salute (in merito verranno trattati argomenti sotto il profilo psicologico, psicosomatico, nutrizionale, di prevenzione, ecc…)

Io sono ALAN LUZZI massoterapista (sto concludendo un percorso accademico in osteopatia), ho uno studio di terapia manuale da quasi 5 anni sito in via S. Rocco a Morbegno, collaboro con centro SoCare a Sondrio, sono docente presso centro studi Synapsy di Busto Arsizio e nel tempo, durante il mio lavoro, ho potuto constatare quanto, svariate problematiche del paziente, vadano oltre il semplice massaggio o trattamento massoterapico, inviando pazienti da professionisti di mia fiducia, a volte anche fuori provincia.

 

In collaborazione con Istituto europeo di Scienze Forensi e Biomediche, con il Patrocinio del Comune di Morbegno e con il Patrocinio della Comunità Montana di Morbegno, ho deciso di avviare questo progetto suddiviso su più serate informative, senza nessuno scopo di vendita di prodotti o altro, ma con l’unico interesse di rendere le persone più consapevoli su diverse tematiche, non con l’obbiettivo di formarle, ma di informarle.

Abbiamo già concluso 5 incontri con la partecipazione di oltre 230 e le 250 persone, nelle date:

  • 19 giugno 2017 (EMOZIONI E PISCOSOMATICA) – presso Aula Magna scuole Ambrosetti a Morbegno
  • 30 ottobre 2017 (EMOZIONI E PSICHE) – presso Aula Magna scuole Ambrosetti a Morbegno
  • 19 dicembre 2017 (ALIMENTAZIONE E PSICHE) – presso Aula Ipogea a Morbegno
  • 8 febbraio 2018 (ALIMENTAZIONE E PSICHE – Disturbi alimentari) – presso Aula Ipogea a Morbegno
 

17 aprile 2018 (ADOLESCENZA E PSICHE) – presso Aula Ipogea a Morbegno.

I relatori sono dr. Andreas Aceranti (psichiatra) e dr.ssa Simonetta Vernocchi (medico internista).

Spero possa risultare di vostro interesse e con la presente, nell’attesa di un gentile riscontro porgo distinti saluti  

Alan Luzzi

 


 

 

 


 

 

Oltre i confini della valle

Il progetto ICMS ha varcato i confini della Valtellina ed i contenuti hanno raggiunto molti altri centri. I contenuti del progetto di Alan sono stati condensati in un filmato e presentati in altri centri sia in Italia che all’estero. In molti centri e comprensori scolastici lo stesso progetto ha suscitato interesse e condotto all’organizzazione di iniziative del tutto sovrapponibili con le medesime finalità.

 

 

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Bibliografia

  • Depression in medical in-patients Samuel J. Rosenberg, et al. Psychology and psychotherapy September 1988.
  • DSM V Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali I edizione 2014, Raffaello Cortina Editore.
  • Morton M. Silverman et al. 1- 2007 e Morton M. Silverman et al 2 2007.
  • Ebert B.W. (1987), Guide to Conducting a Psychological Autopsy, Professional Psychology: Research and Practice, n.18 (1), pp. 52-56.
  • Kelly Houston, Keith Hawton, Rosie Shepperd Warneford Hospital, Oxford, Suicide in young people aged 15-24: a psychological autopsy study, febbraio 2000.
  • O’Carroll PW, Berman AL, Maris RW, Moscicki EK, Tanney BL, Silverman MM. Beyond the Tower of Babel: a nomenclature for suicidology. Suicide Life Threat Behav. 1996 Fall;26(3):237-52.
  • Rosenberg ML, Davidson LE, Smith JC, Berman AL, Buzbee H, Gantner G, Gay GA, Moore-Lewis B, Mills DH, Murray D, et al. Operational criteria for the determination of suicide J Forensic Sci. 1988 Nov;33(6):1445-56.).
  • Suicide and Life-Threatening Behavior 37(3) June 2007 pag 248-263.
  • Suicide and Life-Threatening Behavior 37(3) June 2007 pag 264-277.
  • Suicidal Behavior in Children and Adolescents, Barry M. Wagner, Yale University Press; 1 edition (October 27, 2009).
  • Durkheim E. (1897): Il Suicidio, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano – 1987.
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IL RICATTO AFFETTIVO Una modalità di relazione nella famiglia normale e patologica

Il ricatto affettivo è una modalità di relazione molto radicata nelle nostre famiglie, accettato e considerato normale, viene riproposto di generazione in generazione.

Di fatto è una sorta di maledizione, associa l’amore alla ricompensa, nella migliore delle ipotesi, allo sfruttamento dell’altro assoggettandolo ai nostri servigi nei casi più gravi. Svilisce quanto di più prezioso abbiamo nei rapporti interpersonali.

Celebra la fedeltà ad ogni costo al prezzo della vita stessa.

Dal punto di vista neurofisiologico quando amiamo una persona si attivano circuiti che nulla hanno a che spartire con il meccanismo della gratificazione-ricompensa pavloviano.

Il comportamento ricattante non riguarda solo la famiglia tradizionale con genitori e figli…ma tutte le relazioni interpersonali. Nella famiglia la responsabilità educativa è sicuramente più grande: i nostri figli assorbono come spugne ed interiorizzano i nostri comportamenti. È una grande responsabilità quella educativa che come adulti noi tutti abbiamo, indipendentemente dall’essere o no genitori[1].

Quando si tratta di famiglie composte da individui adulti l’intento educativo viene meno, ma rimangono validi i valori di fraternità, collaborazione, sostegno, aiuto, amore e reciproca dedizione, sicuramente un modello di relazione basato sul ricatto mina le relazioni interpersonali.

Il bisogno di amare e di essere riamati non conosce limiti di età. Direi anzi, non conosce limiti punto.

Nei rapporti interpersonali mettiamo in atto le stesse relazioni che abbiamo appreso in famiglia dove ciascuno di noi impara ad amare, ad essere fratello, sorella, impara il valore della vita, della cultura, della fede, del denaro.

Proponiamo ciò che abbiamo appreso.

Il ricatto affettivo ha la sua radice nel baratto, nello scambio, ti do affinché anche tu mi dia. E va bene, anzi benissimo finché si tratta di lavoro, in tutte le relazioni un certo scambio è naturale, spontaneo: ti faccio un regalo in occasione del tuo compleanno, mi aspetto che tu faccia altrettanto, vengo con te ad una festa per farti compagnia spero che tu faccia la stessa cosa.

Ricordiamoci che ciascuno di noi cerca di fare del proprio meglio, ogni individuo per sé e per i propri cari cerca di «essere» del proprio meglio. Nell’amore, nell’affettività c’è dell’altro: il baratto, lo scambio, non sono sufficienti.

Nelle relazioni amorose riproponiamo gli stessi schemi interiorizzati della nostra infanzia e consideriamo amore, attenzione, tenerezza qualcosa che in realtà, magari per altri non è.

Ciascuno ha il proprio stile genitoriale, anzi ciascuno ha il proprio stile di amore. È possibile analizzare in modo scientifico gli stili educativi genitoriali? È possibile modificare il proprio stile educativo?  Se il nostro stile educativo si fonda sul ricatto affettivo sarebbe auspicabile diventarne consapevoli e limitare i danni.

Possiamo individuare le modalità di amore e di relazione, e tentare di classificarle tenendo conto delle tradizioni, delle mode, delle culture ma sarebbe davvero un’impresa titanica e forse esulerebbe dagli intenti di quest’opera. Dall’osservazione di centinaia di famiglie nei momenti di difficoltà possiamo dire di aver tratto alcuni concetti basilari che vogliamo qui riportare confrontandoci con le acquisizioni generali della psicologia.

 

Patogenesi del ricatto affettivo

 

L’amore meritato è comunque amore, chi ti chiede di meritarsi il suo amore ti ama davvero? Forse non è in grado di alcun altro tipo di amore.

 

Definizione di ricatto affettivo

Il ricatto affettivo è una forma di manipolazione affettiva che coinvolge la sfera emotiva della persona, in questo caso del fanciullo ad opera del care-giver, la persona non è rispettata, ma raggirata, il care-giver fa leva su sentimenti di colpa e di vergogna per assoggettarla.

Nel ricatto affettivo l’amore deve essere meritato. Un bambino nasce senza chiedere nulla, non chiede di venire al mondo, deve essere amato per ciò che è, semplicemente un figlio, «soltanto» un bimbo.

Ogni essere umano desidera essere amato ed approvato, nel ricatto affettivo l’amore è centellinato, controllato, monetizzato. Nel ricatto affettivo, l’amore, che per la sua essenza stessa è gratuità, deve essere guadagnato.

La madre che utilizza il ricatto affettivo non è in grado di amare nel modo giusto il proprio figlio: pretende da lui una ricompensa per le cure e l’amore che lei gli offre. Oppure gli rinfaccia la sofferenza della gravidanza o del parto, gli ricorda le notti insonni e le rinunce fatte per crescerlo ed accudirlo.

Se poi il bimbo non è stato desiderato, ma è «capitato» può essere anche peggio. Se non è stato voluto e durante la gravidanza la madre non riesce ad accettare la maternità ed il proprio ruolo di care-giver, allora il bimbo dovrà guadagnarsi ogni briciola del suo amore. Ogni giorno dovrà dimostrare che la propria presenza nel mondo ha un senso, che ha meritato di vivere e di essere amato. Non potrà permettersi desideri che non siano quelli materni o che non abbiano l’approvazione materna. Non sarà libero. Non sarà autonomo.

«Se vuoi essere amato, accudito, vezzeggiato…te lo devi guadagnare» Come? In termini di sorrisi, compiacenze, ubbidienza fintanto che sei un bimbo piccolo. Poi, crescendo, dovrai a chi ti ha messo al mondo, non solo eterna riconoscenza, ma sarai condizionato da legami «molto speciali» invischiato nella dipendenza affettiva, gli sacrificherai tutta la vita.

 

I vizi

Da queste considerazioni generali deriva un sistema di pretese genitoriali pseudo-educative e di assoggettamento precoce alle regole: ti svegli, mangi, fai i tuoi bisogni, dormi, piangi quando è «conveniente» e dove è consentito, così bimbi di pochi mesi vengono lasciati piangere affinché non si vizino, affinché imparino a calmarsi da soli, oppure messi a letto con la pretesa che dormano da soli e si addormentino sempre alla stessa ora, magari sfiniti dal pianto. Tabellina delle evacuazioni per eventuali purganti o lassativi, e prima di uscite o viaggi sottoposti a clisteri non necessari, ogni intestino ha i suoi tempi. Bimbi lasciati a dormire soli nelle camerette super arredate ma senza un fratellino, senza calore umano da condividere.

  • Non prenderlo in braccio se piange.
  • Fargli tenere gli orari della poppata.
  • Lascialo nel suo lettino finché si calma.
  • Non concedergli alcun extra in termini di cibo, coccole, tenerezze.
  • Deve abituarsi a stare con gli altri e non solo con la mamma fin da piccolo.
  • Deve imparare a giocare da solo.
  • Non portarlo nel lettone se no si abitua.
  • Deve mangiare solo a tavola.

Queste ed altre raccomandazioni non hanno alcun fondamento, forse è più comodo per la qualità di vita della madre che il bimbo impari presto a stare da solo senza piangere, a mangiare ad orari fissi, a non stare sempre in braccio, a stare in compagnia di parenti o di baby-sitter senza fare scenate.

Un piccolo che nel caldo liquido amniotico è vissuto per 9 mesi in simbiosi materna può adattarsi di colpo a stare solo? E se sì a che prezzo?

L’educazione non deve essere impartita a suon di ricatto o di frustrazioni. O meglio se impartiamo l’educazione in questo modo ed il figlio non si oppone o non se ne rende conto, finirà per fare a sua volta la stessa cosa coi suoi bimbi.

 

Le regole

Crescendo poi si potrà ottenere dal bimbo ubbidienza perfetta con la manipolazione emotiva.

Le regole del viver comune devono essere apprese sicuramente già nei primi anni di vita, con gradualità e condivise nella famiglia. Le regole non devono essere imposte ma proposte, possono anche essere discusse, ogni regola e ogni limite fissato deve essere proporzionato all’età del fanciullo.

La trasgressione della regola non deve mettere a rischio il rapporto in sé. Anzi nella famiglia si può sperimentare l’errore, la violazione della regola, e la punizione se proprio necessaria, non deve incrinare il rapporto o sgretolare la persona. La crescita prevede anche la caduta, il fallimento, i tentativi, il reciproco aiuto, l’empatia, la condivisione…..

 

L’imbarazzo e l’empatia

Nel caso dei primi fallimenti il bimbo sperimenta l’imbarazzo: lo sguardo materno dovrebbe essere sufficiente per comunicare il disappunto per il fallimento o la trasgressione dalla regola. Se il bimbo mostra imbarazzo per la propria incapacità nello svolgere un compito o nell’attenersi ad una regola o nel rispettare un limite la madre dovrà avere comprensione per la circostanza, essere empatica verso lo stato d’animo del figlio. Il suo imbarazzo dovrebbe essere una punizione sufficiente.

Ad esempio: stiamo insegnando al bimbo ad usare il vasino….si sporca, è normale che accada, non ha senso punirlo, il mio disappunto per doverlo pulire e per il fatto che non è riuscito a tenersi pulito sarà sufficiente come «punizione».

 

Genesi del ricatto affettivo

Restando nell’esempio sopra riportato, il fallimento di un fatto privato è bene sia gestito in modo contenuto, privato, a porte chiuse.

Se estremizzo o spettacolarizzo la cosa rendendola da fatto privato madre-figlio fatto pubblico introduco un elemento di «esibizione» che poi dovrò in qualche modo gestire.

Se punisco o umilio o sgrido o mi arrabbio lego una funzione fisiologica ad una emozione di rabbia, paura, ansia che potrà reprimere le funzioni fisiologiche creando ulteriori problemi che poi dovrò affrontare.

Se chiedo che si tenga pulito in cambio di qualche favore, o regalo, introduco la dimensione del baratto che non dovrebbe avere luogo nelle funzioni fisiologiche che sono naturali e non legate al dare per avere.

Se in questo «baratto» ci metto da un lato anziché un oggetto, o un regalo, l’affetto, e dall’altro la cosa che voglio ottenere, nel nostro esempio il tenersi pulito, carico lo scambio di una connotazione emotiva importante, gettando le basi del ricatto affettivo.

«Se non ti tieni pulito non ti voglio più ti rifiuto».

La dichiarazione di rifiuto non deve necessariamente essere esplicitata o verbalizzata, anzi i bimbi comprendono molto bene il linguaggio non verbale, capiscono al volo le intenzioni del care-giver.

 

Vergogna e senso di colpa

Abbiamo detto che

il ricatto affettivo è una forma di manipolazione affettiva che coinvolge la sfera emotiva della persona, in questo caso del fanciullo ad opera del care-giver, la persona non è rispettata, ma raggirata, il care-giver fa leva su sentimenti di colpa e di vergogna per assoggettarla.

La vergogna di solito richiama una dimensione pubblica: la presenza di un terzo, di uno spettatore di fronte al quale il bimbo sarà svergognato.

Una certa vergogna è fisiologica, se ci accade di non essere all’altezza di una situazione, proviamo disagio, imbarazzo e vergogna.

Se l’umiliazione è grave e l’organismo è giovane con un sé non ancora ben consolidato ne deriva una ferita nel narcisismo del bimbo. Se la vergogna diventa intollerabile si parla di vergogna tossica. La vergogna tossica impedisce alla persona di ripresentarsi in pubblico dopo una defaiance, può indurre al suicidio, a desiderare di essere morto, al ritiro sociale.

Il senso di colpa invece ha a che fare con la trasgressione in sé, con la disobbedienza alla «voce rimproverante interna» che rappresenta il dictat genitoriale.

Una certa dose di senso di colpa è normale, direi fisiologica: siamo dispiaciuti di aver ferito una persona amata.

Quando il senso di colpa paralizza la persona, diventa continuo, impedisce una vita serena allora si parla di senso di colpa pervasivo.

 

Elementi essenziali del ricatto affettivo

Nella minaccia, diretta ma più spesso indiretta, di punizione, nel caso non siano rispettate le attese materne, viene messo in discussione il rapporto stesso nella sua dimensione affettiva: la paura di perdere l’amore del genitore, il senso di colpa pervasivo, la sottomissione al genitore sono gli altri requisiti.

Perché il ricatto affettivo abbia luogo è necessario quindi un rapporto di amore e di dipendenza.

Il ricatto affettivo di solito si associa al doppio legame e ad altre modalità patologiche della relazione come l’ipercontrollo, il rifiuto, la cecità emotiva, il disprezzo. Riassumendo perché si strutturi un ricatto affettivo è necessaria una sequenza di eventi che riportiamo qui sotto.

  • Rapporto significativo genitore o care-giver e bimbo, figlio, accudito.
  • Attese, richieste del care-giver, del genitore, più o meno esplicite non necessariamente condivise dal figlio.
  • Minaccia più o meno esplicita da parte del care-giver di privare il figlio del suo amore.
  • Senso di colpa pervasivo o vergogna nel figlio per non essere riuscito ad attenersi alle richieste del care-giver.

 

Ostentazione dell’amore

Talvolta i genitori ricattanti «amano» davvero in modo teatrale il proprio figlio, ostentano gesti di affetto. Si prendono grande cura di lui, e dimostrano il loro amore in modo molto esplicito. In caso di figlio particolarmente dotato, o di successo del figlio arrivano a idolatrarlo, idealizzandolo, esaltandone le doti anche in modo eccessivo e fuori luogo. In tutto ciò manca la dimensione gratuita, la relazione è un dare per avere.

La moneta di scambio è l’affetto. I meccanismi si attuano in modo inconscio.

 

Dipendenza affettiva

Una relazione incentrata sul ricatto affettivo utilizza la conoscenza intima del figlio per assoggettarlo, e vincere le sue istanze di indipendenza.

Un figlio che non si ribella al ricatto affettivo sarà eternamente dipendente dalle ingerenze materne oppure potrà passare da una dipendenza all’altra: dalla madre alla fidanzata, alla moglie.

 

Classificazione del ricatto affettivo

 

Chi resta con te nei momenti di difficoltà merita di restarti accanto anche nei momenti di gioia

 

Come il doppio legame anche il ricatto affettivo è stato classificato: vi sono quattro tipi di ricattatore emotivo che utilizzano modalità diverse per ottenere ciò che desiderano.

  1. Il Punisher o punitore esplicita le conseguenze del rifiuto magari estremizzandole. Esempi ne sono l’abbandono, la separazione emotiva, tagli finanziari o di altre risorse. Si può persino arrivare alla rabbia esplosiva diretta verso il soggetto, e, all’estremo più terrificante, ci sono le minacce all’incolumità fisica.
  2. Il Self-punisher o colui che si punisce da solo, minaccia la propria incolumità qualora non ottenga ciò che vuole. Si generano situazioni drammatiche e teatrali, la madre di solito ricatta il figlio con crisi isteriche, con ideazione più o meno velata di suicidio.
  3. Il Sufferer o sofferente, malato, o più in generale colui che si trova nella sofferenza, genera sensi di colpa ed attribuisce la responsabilità del proprio stato di salute al ricattato. Mette in chiaro, talvolta senza mezzi termini, più spesso in modo velato, mascherato, che se gli altri non fanno quello che vuole, soffrirà e sarà stata colpa loro.
  4. Il Tantalizer o il tentatore, il provocatore, il termine deriva da “tantalize” ovvero mostrare a qualcuno qualcosa che questi desidera seppur tenendolo fuori dalla sua portata. Il provocatore mette in atto e lascia intendere promesse di qualcosa di meraviglioso che concederà al figlio, se questi gli darà ciò che vuole. È il ricattatore più subdolo. Incoraggia e promette amore o libertà o favori in modo molto seducente giocano con la ricompensa emotiva.

Il tantalizer gioca questo ruolo, appreso in famiglia, di solito con il genitore del sesso opposto, nelle relazioni interpersonali di coppia, come amante per esempio o come eterno fidanzato.

Lascio intendere, non te lo prometto esplicitamente, che lascerò mio marito o mia moglie per poter finalmente stare insieme. Ti mostro dandoti un assaggio di cosa sono capace: cene galanti, capacità di cucinare, fare sport, divertimenti, successo lavorativo e sociale, ma non mi concedo mai a te totalmente. Ti tengo legato, ma centellino l’amore.

Magari andiamo fuori a cena in un ristorante bellissimo, cena romantica perfetta e poi il nulla. Poi neanche una telefonata, magari per giorni.

Oppure notte d’amore e di eterne promesse e poi nulla, sparisco nel nulla.

L’hanno prossimo lascerò mio marito, mia moglie perché sei tu l’uomo, la donna della mia vita e poi più nulla, per ripresentarsi dopo mesi o anni con un mazzo di rose rosse e con le medesime promesse.

Non ci saranno scenate solo un gioco di seduzione.

Di solito il tantalizer si associa ad un partener con disturbo di personalità dipendente, si crea un legame che è funzionale ad entrambi: il dipendente ha bisogno di dipendere da qualcuno, il tantalizer centellina le gratificazioni per tenerlo agganciato.

Se il dipendente si emancipa il gioco finisce.

 

 

 

In questo scenario, la madre sta dando a suo figlio messaggi verbali e non verbali in conflitto tra loro e il figlio sembra incapace di rispondere alla discrepanza. Secondo la teoria di Bateson dei tipi logici, lo schizofrenico non può affrontare il significato della comunicazione con sua madre.

Secondo Bateson, “La capacità di comunicare riguardo la comunicazione, di commentare le azioni significative di sé stessi e gli altri, è essenziale per il successo dei rapporti sociali.” In normali rapporti noi commentiamo continuamente le azioni e le comunicazioni degli altri, dicendo cose come: “Mi sento a disagio quando mi guardi in quel modo”, “Stai scherzando?” o “Cosa vuoi dire con questo?” Per permetterci di discriminare con precisione il significato della comunicazione nostra o di qualcun altro dobbiamo essere in grado di commentare l’espressione – ma lo schizofrenico è effettivamente impedito a un commento del genere.

 

Bibliografia

 

  1. Bateson, Gregory e D. Jackson, J. Haley e J. Weakland in un saggio dal titolo: “Verso una teoria della schizofrenia”. 1956
  2. Bateson, Gregory “Verso un’ecologia della mente”,
  3. Sluzki C.E Ransom D.C. “Il doppio legame” Ed Astrolabio
  4. Heide Goettner-Abendroth “Le società matriarcali” Venexia ed 2013-
  5. Mollon Phil “Vergogna e gelosia” Astrolabio 2002.
  6. White R. Gilliland R. “I meccanismi di difesa” Astrolabio 1975.
  7. Eigen M. “Legami danneggiati” Astrolabio 2001.
  8. Nancy Mc Williams “La Diagnosi Psicoanalitica” Casa Editrice Astrolabio 2000.
  9. Kernberg O. Le Relazioni nei Gruppi, Milano, Raffaello Cortina, 1999.
  10. Mollon Phil “Vergogna e gelosia” Astrolabio 2002.
  11. Rossi L “personalità e crimine” Carocci 2011.
  12. Cirillo S “la famiglia maltrattante” Raffaello Cortina ed 1989.
  13. Williams FP “Devianza e criminalità” il mulino 1994.
  14. Palmonari A “Aspetti cognitivi della socializzazione in età evolutiva” il mulino 1978.
  15. Shapiro LE “Il linguaggio segreto dei bambini” fabbri 2003.
  16. Dennet, Clement, Daniel La competenza Morale, Festival delle scienze “Ci sono sei condizioni affinché un essere umano sia ritenuto responsabile delle sue azioni. Sono esclusi bambini e dementi” (Il Sole 24 ore 18.1.15).
  17. “La sessualità umana e fisiopatologia sessuale” in “come e perché amiamo” con LUDES, Aceranti A et al. 11.05.2013
  18. “Fisiopatologia delle emozioni” “Stelle e stalle” edizioni e EFBI, agosto 2013.
  19. “Il contesto neurofisiologico dello sviluppo emozionale” “Stelle e stalle” edizioni e EFBI, agosto 2013.
  20. “L’espressione delle emozioni nel volto” “Stelle e stalle” edizioni e EFBI, agosto 2013.
  21. “Il gioco nello sviluppo normale del bambino”
  22. “Psicopatologia del gioco”, in Maghi streghe e resurrezioni” edizioni e EFBI, novembre 2013.
  23. “Psicodinamica dello Stalker” in ”se non sarai mio non sarai di nessuno” Ed EFBI dicembre 2013.
  24. “DSM V Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali I edizione 2014, Raffaello Cortina Editore.
  25. Klein, Melanie. “Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco-depressivi.”Scritti 1921-1958 (1935): 297-325.
  26. Kandel, ER, Schwarts JH, Jessel TM “Principi di neuroscienze”, Casa editrice ambrosiana. Milano 2012.
  27. Damasio, AR, Emozione e coscienza, Adelphi, edizioni, Milano, 2000.
  28. Canestrari, R, (1995), Psicologia generale e dello sviluppo, Clueb, Bologna.
  29. La psicologia della salute Antonella delle Fave e Marta Bassi ed. Utet 2013.
  30. Aceranti, A, Vernocchi, S “Fisiopatologia delle emozioni”, “Il contesto neurofisiologico dello sviluppo emozionale” ”L’espressione delle emozioni” “L’espressione delle emozioni nel volto” in “Stelle e stalle” edizioni e EFBI, agosto 2013.
  31. “La manipolazione mentale al femminile” a cura di Casale, De Pasquali, Esposito, Lembo Maggioli Editore Luglio 2015.
  32. “Neurofisiologia e psicobiologia delle emozioni” con Andreas Aceranti, Antonio Ferrante, di EFBI novembre 2015.
  33. “Elementi di Neurologia” con A. Aceranti e M. Tuvinelli, di EFBI, 16 novembre 2016.
  34. “Eutanasia e cure di fine vita” con Aceranti A et al EFBI marzo 2017. ISBN 978-152143-7513.
  35. “Comunicare la morte” con Aceranti A et al EFBI giugno 2017. ISBN 978-152156-0693.
  36. “Curare tra arte e psicodramma” con Aceranti A, Spini E, et al EFBI giugno 2017. ISBN 978-152155-5729.
  37. Genitori quasi perfetti, stili parentali tra pedagogia e psicologia Aceranti, S. Vernocchi. ISBN 9781976115271. Agosto 2018.
  38. Nancy Mc Williams “La Diagnosi Psicoanalitica” Casa Editrice Astrolabio 2000.
 

[1] Genitori quasi perfetti, stili parentali tra pedagogia e psicologia. A. Aceranti, S. Vernocchi. ISBN 9781976115271. 2018.RicattoAffettivo per blogIMG-20180510-WA0027

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Dipendenza e comportamenti d’abuso

L’opera di prevenzione rispetto alle dipendenze che possono coinvolgere individui in giovane età deve essere un impegno di ogni persona che si definisca adulta.

Oltre alla pericolosità intrinseca nell’utilizzo di fumo, droghe o di comportamenti che sono suscettibili di creare dipendenza, gli stessi distolgono energie ed interesse dallo studio, dalla lettura, dalla cultura in generale, dallo sport e dalle materie scolastiche nello specifico.

Molti comportamenti che creano dipendenza sono interiorizzati[i] già in età precoce per esempio per imitazione nella famiglia, altri sono appresi durante l’età scolare e l’adolescenza. È evidente come scelte e comportamenti errati proposti durante la formazione della personalità possono condizionare[ii] tutta la vita.

I comportamenti d’abuso[iii] possono essere espressione di disagio psicologico profondo e colmano un vuoto esistenziale, in altri casi invece giocano un ruolo cruciale l’ignoranza, la consuetudine o semplicemente le tradizioni. Di fatto in ogni cultura, in ogni parte del mondo si sono affermati comportamenti che oggi possiamo definire di dipendenza e l’utilizzo di sostanze con intento curativo che oggi noi chiamiamo droghe.

Per dipendenza[iv] si intende un’alterazione del comportamento d’abuso che esordendo come abitudine di vita più o meno gradevole e ricercata, diviene un vero e proprio vizio, ed infine una compulsione patologica.

Il DSM V, manuale[v] che classifica i disturbi e le patologie mentali, identifica la ricerca del piacere in modo compulsivo, con mezzi o sostanze o comportamenti che possono configurare una condizione patologica secondo ben definiti criteri. Questi criteri sono condivisi dalla comunità scientifica, sottoposti a continue verifiche, con studi i cui risultati[vi] sono pubblici e disponibili.

Le neuroscienze utilizzano oltre la biochimica e l’analisi dei liquidi biologici, indagini radiologiche quali la PET e alla risonanza magnetica funzionale in modo da rilevare i circuiti neurologici, definiti del piacere o della ricompensa che vengono attivati in modo compulsivo in presenza di comportamenti d’abuso. In altre parole, il meccanismo che nel nostro cervello ci permette di essere felici se facciamo qualche attività gratificante come stare in compagnia delle persone che amiamo, praticare sport, mangiare qualche cibo che ci reca godimento, ascoltare musica, guardare un bel paesaggio, leggere un libro eccetera, viene attivato in modo automatico, non legato ad alcuna attività concreta, in presenza di una compulsione. Si liberano mediatori chimici in modo sproporzionato e vengono prodotti i recettori per gli stessi mediatori in modo altrettanto eccessivo.

Le indagini sui soggetti che hanno sviluppato una dipendenza, mostrano anche specifiche alterazioni funzionali e strutturali, per questo croniche, nel sistema nervoso centrale. Le alterazioni sono strutturali e pertanto difficilmente reversibili, e ciò deve farci riflettere circa la superficialità con cui da più parti si propongono come innocue e desiderabili azioni e comportamenti potenzialmente capaci di dare dipendenza.

La dipendenza si esprime attraverso l’uso ripetuto e l’abuso di una sostanza o di un comportamento di autocura: togliere dolore e depressione, procurare piacere, migliorare le prestazioni e può portare, specie in individui predisposti ad adattamenti neurologici che risultano in cinque distinti stati anormali seguenti: 1. dipendenza, 2. tolleranza oppure sensibilizzazione, 3. astinenza, 4. uso compulsivo, 5. craving ed infine il grande problema delle ricadute. Il problema delle ricadute impedisce una guarigione definitiva, il soggetto che è stato vittima di dipendenza mostrerà una vulnerabilità persistente con possibilità di ricadute.

  1. Dipendenza: non posso farne a meno, devo usare quella sostanza, devo ricorrere a quel comportamento…
  2. Tolleranza: ogni giorno desidero una quantità maggiore di sostanza, o più ore di quel comportamento…in alcuni individui anziché la tolleranza può esprimersi la sensibilizzazione, in modo del tutto inaspettato anche bassissime dosi possono dare effetti inaspettati che nulla hanno a che fare con l’allergia.
  3. Astinenza: in mancanza dell’oggetto della dipendenza sto davvero male, sintomi fisici e psicologici.
  4. Uso compulsivo: con ripetizione dell’azione in modo incontrollato senza rendersi nemmeno conto dei reali effetti percepiti.
  5. Craving o bramosia, desiderio incontrollato di ripetere l’azione, costi quel che costi.

Recentemente sono state inserite nei comportamenti d’abuso il disturbo da gioco d’azzardo ed è in esame l’inserimento il disturbo da gioco su internet, presentato nella sezione III del DSM-5 tra le misure e i modelli emergenti con i quali si intende stimolare la ricerca futura.

 

Criteri diagnostici per il Disturbo da Uso da Sostanze nel DSM-5

Una modalità patologica d’uso della sostanza che conduce a disagio o compromissione clinicamente significativi, come manifestato da almeno due delle condizioni seguenti, che si verificano entro un periodo di 12 mesi:

1)         La sostanza è spesso assunta in quantità maggiori o per periodi più prolungati rispetto a quanto previsto dal soggetto;

2)         Desiderio persistente o tentativi infruttuosi di ridurre o controllare l’uso della sostanza;

3)         Una grande quantità di tempo viene spesa in attività necessarie a procurarsi la sostanza (per es., recandosi in visita da più medici o guidando per lunghe distanze), ad assumerla (per es., fumando “in catena”), o a riprendersi dai suoi effetti;

4)         Craving o forte desiderio o spinta all’uso della sostanza;

5)         Uso ricorrente della sostanza che causa un fallimento nell’adempimento dei principali obblighi di ruolo sul lavoro, a scuola, a casa;

6)         Uso continuativo della sostanza nonostante la presenza di persistenti o ricorrenti problemi sociali o interpersonali causati o esacerbati dagli effetti della sostanza;

7)         Importanti attività sociali, lavorative o ricreative vengono abbandonate o ridotte a causa dell’uso della sostanza;

8)         Uso ricorrente della sostanza in situazioni nelle quali è fisicamente pericolosa;

9)         Uso continuato della sostanza nonostante la consapevolezza di un problema persistente o ricorrente, fisico o psicologico, che è stato probabilmente causato o esacerbato dalla sostanza;

10)       Tolleranza, come definita da ciascuno dei seguenti: a) il bisogno di dosi notevolmente più elevate della sostanza per raggiungere l’intossicazione o l’effetto desiderato; b) un effetto notevolmente diminuito con l’uso continuativo della stessa quantità della sostanza;

11)       Astinenza, come manifestata da ciascuno dei seguenti: a) la caratteristica sindrome di astinenza per la sostanza (riferirsi ai Criteri A e B dei set di criteri per Astinenza dalle sostanze specifiche); b) la stessa sostanza (o una strettamente correlata) è assunta per attenuare o evitare i sintomi di astinenza.

 

Le droghe

La tossicologia[vii] è la branca della farmacologia che studia la biochimica, la fisiopatologia, i sintomi ed i segni degli «avvelenamenti» nonché il loro trattamento. Si studiano e si analizzano sostanze come droghe, farmaci, veleni che possano nuocere o influire sulla salute dell’uomo.

Il principale parametro per determinare la tossicità di una sostanza è la dose: infatti, quasi tutte le sostanze -a parte gli alimenti comuni- in certe dosi o in determinate circostanze possono essere tossiche. Perfino l’acqua può determinare un avvelenamento se assunta in quantità eccessiva. La tossicologia forense branca della tossicologia, si occupa di applicare le metodiche analitiche a campioni biologici. Il fine pratico può essere quello di determinare la relazione causa-effetto tra la presenza di un veleno o altra sostanza ed il danno alla salute o la morte di una persona. Tali riscontri analitici possono costituire una prova importante in sede di processo per stabilire l’effettiva colpevolezza e reale intenzione di causare un danno fisico.

L’urina è la matrice biologica di prima scelta nell’analisi delle sostanze d’abuso. Per l’analisi ed il dosaggio delle sostanze d’abuso è possibile utilizzare anche le seguenti matrici “non convenzionali” sangue, saliva, sudore, capelli, peli pubici/ascellari, unghie. Tracce di sostanze d’abuso restano quindi nel corpo per mesi.

Importante per la valutazione della concentrazione della dose assunta è la via di somministrazione: endovenosa, gastrica, inalatoria e soprattutto trans-nasale. Le sostanze che vengono assunte sniffando possono passare in pochi minuti nel sistema nervoso centrale senza passare dal filtro epatico e quindi senza subire un metabolismo. Nel naso è presente un ricco plesso venoso che ne favorisce l’assunzione ed il passaggio nel tessuto cerebrale.

Altri parametri da analizzare oltre la via di somministrazione sono il tempo di latenza tra assunzione della sostanza e l’analisi, lo stato fisiologico dell’individuo, la facilità con cui l’eventuale aggiunta di sostanze adulteranti come la banalissima acqua che possono diluire il campione per falsificarne i parametri.

Molti reati sono commessi dalle persone sotto l’effetto di sostanze psicoattive, ossia che modificano la percezione della realtà, l’aggressività ed il comportamento in generale. Alcol, fumo e le droghe: sono le sostanze più studiate. La criminalità è un problema importante legato alla tossicodipendenza.

Non è infatti un problema solo individuale quello della dipendenza ma coinvolge sempre la famiglia, le relazioni inter-famigliari, la comunità e la società.

Suddividiamo vecchie dipendenze: fumo, alcol, sesso compulsivo e droga, e nuove dipendenze: ludopatie, gioco d’azzardo, ma anche shopping compulsivo, gioco compulsivo, lavoro compulsivo, utilizzo di giochi elettronici, dipendenza da internet. Si parla di patologia quando la persona non è più libera ma completamente condizionata, non riesce ad avere una vita completa appagante ed equilibrata. La tossicologia d’abuso si occupa dello studio delle droghe e degli effetti sul comportamento umano. Tutte le droghe d’abuso agiscono sul sistema nervoso. Il sistema nervoso controlla il comportamento umano. Il sistema nervoso centrale è una fitta rete di connessioni: è costituito da almeno trenta miliardi di neuroni interconnessi tra loro, il quadruplo dei neuroni corticali delle scimmie più evolute. L’uomo dispone di 1014 o 1016 sinapsi.

Le sostanze stupefacenti o psicoattive che possono essere più frequentemente oggetto di abuso e/io causa di disabilità sono di solito suddivise in base all’attività farmacologica:

  • Psico-lettiche: Narcotici: oppio, eroina, morfina, barbiturici e altri ipnotici, Alcol etilico.
  • Psico-analettiche: Amfetamina e analoghi, Cocaina, Caffeina, Antidepressivi, Nicotina.
  • Psico-dislettiche: Cannabis: marijuana con o senza Thc, hascish, Allucinogeni: LSD.

 

L’alcol come droga

L‘Organizzazione Mondiale della Sanità classifica l’alcol fra le droghe e le sostanze d’abuso per le sue caratteristiche psicotrope sono capaci di dare: autocura: togliere dolore e depressione, procurare piacere, migliorare le prestazioni, determinare: dipendenza, tolleranza, astinenza, uso compulsivo, craving e ricadute. Come tutte le droghe, anche l’alcol ha un potere psicoattivo, è in grado cioè di modificare il funzionamento del cervello. Può causare patologie anche molto gravi e si stima sia responsabile di 20-21.000 decessi all’anno in Italia. Lo studio dell’alcol e dei suoi effetti sul comportamento.

Un uso moderato di bevande a contenuto alcolico è da considerarsi normale, può far parte della nostra dieta a partire dall’età adulta.

Sicuramente da proscrivere è la somministrazione di alcol nei bambini e nelle donne gravide poiché passa la barriera placentare ed emato-encefalica e crea alterazioni nell’encefalo del nascituro già prima della nascita.

Molecola organica composta da un singolo gruppo idrossilico (OH) e da una corta catena alifatica con 2 atomi di carbonio: CH3 CH2 OH. Le componenti idrossilica ed alifatica conferiscono alla molecola proprietà sia idrofile che lipofile: l’etanolo è pertanto un “amfofilo”, proprietà importante per la sua attività farmacologica.

L’effetto acuto dell’alcol è difasico: rilassamento, disinibizione, di nuovo rilassamento, alterazioni della motilità, sopore, coma, morte, questo avviene se l’assunzione prosegue nonostante la comparsa dei sintomi neurologici. L’alcol ingerito con le bevande viene assorbito dal tratto gastro-enterico. La velocità di Assorbimento nel tratto gastro-intestinale è determinata: dalla quantità di etanolo consumata, dalla concentrazione di etanolo nella bevanda, dalla velocità di consumo, dalla composizione del contenuto gastrico. Poiché l’etanolo è volatile, l’assorbimento può avvenire anche per inalazione in caso di esposizione ai vapori. In casi eccezionali l’assunzione acuta di grandi quantità di alcol può dare epatite acuta, generalmente invece l’abuso etilico causa una gastrite acuta con vomito e con presenza o meno di effetti acuti sul sistema nervoso centrale. La sonnolenza o lo stato di coma etilico che si associano alla gastrite di solito si risolvono in 1 o 2 giorni.

L’effetto cronico dell’alcol invece prevede un’azione importante sul sistema nervoso centrale. L’azione dell’alcol sul sistema nervoso centrale avviene per formazione di aldeide che è tossica determina atrofia cerebrale, responsabile della atrofia e della demenza alcolica. La tossicità dell’aldeide si esprime anche sui vasi e sulle coronarie, determinando lo sviluppo della cardiomiopatia dilatativa. La tossicità sul fegato è la più complessa da schematizzare ed accanto all’epatopatia steatosica, alla cirrosi epatica, ricordiamo la diminuzione della disponibilità di glicogeno che rappresenta la forma di zucchero di riserva. Chi desidera praticare sport dovrebbe limitare l’assunzione di alcol per non ridurre la disponibilità di glucosio durante l’esercizio strenuo e l’accumulo di acido lattico. Nell’abuso cronico possiamo avere la pancreatite cronica con dolori addominali ricorrenti e mal digestione, polineuropatia, con dolori agli arti inferiori ed atassia ossia difficoltà al cammino, Sindrome di Wernicke-Korsakoff, con demenza, carenze nutrizionali gravi con deficit di vitamine, disfunzioni sessuali severe con impotenza, disfunzioni endocrine. Talvolta queste complicanze possono portare ad un esito fatale.

Per la scelta della bevanda da consumare è importante la gradazione alcolica che varia dal 4% al 95%: ricordiamo ad esempio, birra:4% – 13%, sidro: 5% – 7%, vino: 10% – 15%, porto: 20%, vodka 35% – 45%, whisky: 40% – 60%, grappa: 37% – 70%  ma può arrivare anche a 95% nel caso sia la prima distillata.

Le donne sviluppano complicanze da dipendenza da alcol più rapidamente rispetto agli uomini. Inoltre, le donne, hanno un tasso di mortalità superiore a causa dell’alcolismo. Esempi di complicanze a lungo termine includono: danni al cervello, al cuore, al fegato e un aumento rischio di cancro al seno. Inoltre, l’eccessivo consumo di alcol può avere un effetto negativo sulla capacità riproduttiva, come la riduzione della massa ovarica, problemi o irregolarità nel ciclo mestruale e menopausa precoce.

 

Il fumo di sigaretta

Appartiene alle abitudini voluttuarie che si sono affermate nella storia dell’umanità per automedicazione, lenire il dolore, la depressione, superare momenti difficili: fumare eroina, masticare foglie di cocaina, fumare marijuana, fumare/masticare tabacco. Fumare può essere un’esperienza piacevole.

Cannabis light

È la novità. Se ne parla molto, c’è un fiorire di nuovi negozi è il businnes del momento. La marijuana leggera legalmente in vendita in quanto quasi senza (o con dosi bassissime) di THC. Il THC è il noto tetra-idro-cannabinolo dagli effetti psicotropi. Quale è la dose soglia? Esiste una dose soglia? E se per avere più THC ne uso dosi molteplici assumo anche altre componenti non note….Quali sono gli effetti delle altre sostanze?

Sigaretta avvolta a mano

Ci sono gli stessi costituenti: filtro, carta, tabacco. Forse si fuma di meno. C’è molta ritualità: ci si prende del tempo…Scelgo il tipo di tabacco o di erba, devo appartarmi…

Sigaretta elettronica

Non ci sono abbastanza dati per prescriverla e consigliarla……

  • Forse non è cancerogena
  • Dipende dall’essenza, dal prodotto aspirato
  • Stessa gestualità del fumo di sigaretta
  • Dosi controllate di nicotina
  • Assenza di monossido di carbonio
  • Sicuramente un’alternativa per smettere in fumare

 

 

Sigaretta tradizionale di tabacco

Durante la combustione di una sigaretta si prigionano molte sostanze di cui studiate circa 3000 sostanze chimiche differenti, in realtà ne sono state isolate fino a 4000 differenti. Non tutte sono conosciute, non tutte sono state studiate. Possiamo raggruppare in cinque grandi problematiche gli effetti del consumo di sigaretta.

  • Crea dipendenza NICOTINA
  • Rischio cancerogeno CATRAME, BENZENE, TOLUENE
  • BPCO o broncopneumopatia cronica ostruttiva AGENTI OSSIDANTI
  • Monossido di carbonio RISCHIO CARDIOVASCOLARE
  • Tossicità sulle micro-ciglia, bronchite cronica AGENTI OSSIDANTI E MONOSSIDO DI CARBONIO

Agenti ossidanti

Il fumo di sigaretta è responsabile dell’invecchiamento polmonare inteso come perdita di tessuto elastico. Il tessuto elastico viene soppiantato dal tessuto collagene che rende il polmone rigido. Il fumo di sigaretta determina una perdita ogni anno di un volume polmonare tripla o quadrupla rispetto al soggetto non fumatore. Anche l’inquinamento ambientale causa un deterioramento della funzione polmonare che si somma al danno da fumo.

Rischio cancerogeno

Durante la combustione si sprigionano 3000 sostanze chimiche di cui almeno 30 sono ritenute cancerogene: nitrosamine, idrocarburi aromatici policiclici, radicali liberi, aldeidi e alcuni metalli (cromo, cadmio, nichel) e fenoli. Quest’ultimi possono agire in qualità di promotori per il tumore, dall’esposizione al potenziale cancerogeno all’evidenza clinica possono trascorrere anche 20 anni ed oltre. I tumori che più facilmente si sviluppano nei fumatori riguardano il polmone, la cavità orale, la faringe, la laringe, l’esofago, la vescica, la pelvi renale ed il pancreas. La spettanza di vita di un fumatore è almeno 10 anni minore di un non fumatore in relazione al rischio cancerogeno.

Il monossido di carbonio o CO

Il monossido di carbonio è un gas tossico, incolore, inodore, molto tossico anche per basse concentrazioni. È prodotto dagli scarichi automobilistici e dalle combustioni organiche. Il Diesel non ne produce, in natura è presente solo in tracce prodotto dall’ossidazione del metano, dai vegetali e dagli oceani. Resiste nell’aria fino a 4 mesi prima di disperdersi. Nei fumatori è presente una quota di emoglobina legata al monossido di carbonio che conferisce al sangue il colorito rosso ciliegia tipico del sangue dei fumatori. Se la percentuale di monossido di carbonio è del 2-6% ancora siamo ancora in range accettabili, ossia valori che influenzano poco la nostra resa fisica ma in taluni casi la percentuale sale al 12-13%. Questa percentuale si riferisce di fatto al valore di emoglobina che risulta non utile per il legame con l’ossigeno. Quanto sia importante il legame dell’emoglobina con l’ossigeno lo possiamo considerare nei tentativi degli sportivi di incrementare i valori di ematocrito: anche poche sigarette al giorno rendono vano ogni tentativo di migliorare la resa sportiva agendo su questo parametro. L’affinità del monossido di carbonio per l’emoglobina è oltre 200 volte a quella dell’ossigeno. Il globulo rosso legato al monossido di carbonio risulta inutilizzabile quindi l’ematocrito dello sportivo viene privato della quota di emoglobina legata al globulo rosso. Il globulo rosso viene distrutto dopo 90-120 giorno, quindi per tale tempo il monossido di carbonio resta legato e rende il globulo rosso inutile al trasporto di ossigeno. L’inquinamento atmosferico, per chi vive in prossimità di incroci con traffico intenso e rallentato, può causare un aumento di CO nel sangue dell’0,8-2% anche in non fumatori. Il dosaggio del CO nel sangue viene chiesto nel sospetto di intossicazione ed anche in caso volessimo monitorare l’abitudine tabagica. Ogni anno ci sono individui, spesso intere famiglie, che muoiono a causa delle intossicazioni da monossido di carbonio, magari perché utilizzano per scaldarsi metodi rudimentali come bracieri che bruciando male in difetto di ossigeno.

La nicotina

Alcaloide del tabacco, liquido oleoso incolore, con azione eccitante sul sistema nervoso centrale e periferico; dosi di pochi centigrammi provocano la morte per paralisi circolatoria e respiratoria. parasimpaticomimetico piuttosto tossico, 30–60 mg (0,5-1,0 mg/kg) possono essere fatali per l’uomo, che agisce come un agonista nicotinico per il recettore dell’acetilcolina, biologicamente connesso alla difesa del vegetale dagli organismi erbivori, La nicotina non è l’unica causa della dipendenza dalle sigarette. Purtroppo la dipendenza dal fumo è un fenomeno complesso che deriva anche da aspetti sociali e psicologici legati all’uso della sigaretta.

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[i] Genitori quasi perfetti, famiglie e stili genitoriali tra teoria e pratica. Agosto 2017. ISBN 9781521994207.

[ii] Infanzia ed adolescenza con Aceranti A., Spini E., Ferrante A. di EFBI gennaio 2015.

[iii][iii] A. I. Leshner, Addiction is a brain disease, and it matters  in Science (New York, N.Y.), vol. 278, nº 5335, 3 ottobre 1997, pp. 45–47. URL consultato il 18 luglio 2017.

[iv] Angres DH, Bettinardi-Angres K, The disease of addiction: origins, treatment, and recovery, in Dis Mon, vol. 10, ottobre 2008, pp. 696–721, DOI:10.1016/j.disamonth.2008.07.002, PMID 18790142.

[v] American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders: DSM-5, Fifth Edition, American Psychiatric Publishing, Washington DC, 2103, p. 481;

[vi] Kandel, ER, Schwarts JH, Jessel TM Principi di neuroscienze, Casa editrice ambrosiana. Milano 2012.

[vi] Nella tela del ragno di EFBI dicembre 2014 con Aceranti et al.